Il padre d’Italia, il dono di essere genitori

Una lezione di vita, un continuo gioco di fughe e rincorse per raccontare come si diventa genitori all’improvviso secondo Fabio Mollo.

Alcuni incontri sono scritti nei nostri destini, devono avvenire, e nonostante sembrino assurdi ed improbabili, possono portarci a riconsiderare la nostra esistenza garantendoci un futuro che nessuno, nemmeno noi stessi, avremmo creduto possibile.

il_padre_d_italia-765049697-largePer Paolo (Luca Marinelli), omosessuale riservato, lavoratore modello, appena uscito da una storia significativa con Mario – che sembra averlo segnato particolarmente – è l’incontro con Mia (Isabella Ragonese) a regalare una nuova prospettiva. La ragazza è una cantante squattrinata dai capelli rosa, incinta e per nulla felice di esserlo. Quello tra i due giovani è un vero e proprio colpo di fulmine anticonvenzionale, uno di quelli che smuove le anime e le coscienze, una scossa elettrica che li ravviva a tal punto da portarli a compiere un importante viaggio insieme in attesa della bambina che sta per arrivare.

Fabio Mollo torna in sala con “Il padre d’Italia”, il suo secondo lungometraggio, dimostrando di avere uno stile maturo e ben precisato, calibrato e attento ai dettagli e all’importanza che essi assumono nella sua narrazione. Se, davvero, gli opposti si attraggono, Mollo punta tutto su questa caratterizzazione e crea un legame tra le personalità più distanti che si possano immaginare: Paolo è razionale, Mia irrazionale, lui introverso, lei estroversa, lui orfano alla ricerca del volto di una madre che a malapena ricorda, lei cresciuta in una numerosa e tradizionale famiglia del Sud, da cui ha dovuto scappare per potersi conquistare la tanto desiderata indipendenza. Sono proprio queste assolute diversità ad attirarli come calamite, quando scoprono che l’una può offrire all’altro ciò che sogna. Mia  cerca un legame .sincero, l’interesse di un uomo che, a differenza dei suoi svariati fidanzati, sappia prendersi cura di lei con affetto e rispetto, mentre Paolo può sognare la paternità, stato a cui, a causa della sua omosessualità, ha sempre creduto di non poter ambire. Fabio Mollo sfiora con grazia un tema estremamente sentito, quello della famiglia e delle sue possibili composizioni, senza paura di dichiarare i dubbi che può fare sorgere. Evita sapientemente, però, di trasformare il suo in un film di genere. L’intento che il film suggerisce sembra piuttosto quello di raccontare la complessità delle persone, le loro solitudini, e la fame d’amore che muove il loro viaggio alla scoperta di sé e delle loro possibilità, per quanto difficili, insolite e strampalate possano essere.

“II padre d’Italia” è dunque il racconto di un regalo, un dono inaspettato che la vita può voler caritatevolmente offrire ad ogni individuo abbastanza determinato da dimostrarsi interessato a lottare per esso. Ogni gesto di cui la macchina da presa si appropria si trasforma in una delicata rappresentazione di una metamorfosi radicale dei personaggi dove sono le emozioni a farla da padrone, per arrivare a raggiungere quella confort zone di equilibrio che garantisce una tregua tra le difficoltà. La tregua potrebbe essere tornare alle origini della vita di Mia, da quella famiglia tradizionale e rigorosa, in quel Sud, che è niente, ma che per Paolo significa avere una nuova opportunità come uomo e come padre. Ma se la tregua è solo un breve intermezzo di tranquillità che la inarrestabile guerra di tutti i giorni ci concede, anche per Paolo il sogno idilliaco si infrange: la realtà torna a bussare alla sua porta, nello stesso istante in cui bussa a quella di Mia. E così si riparte, questa volta divisi verso mete sconosciute, mete che forse pronosticano solo altro inutile e doloroso niente.

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Cosa ne sarà dei nostri protagonisti? E della innocente creatura che sta per nascere? Ancora una volta un dono, il più grande di tutti, detterà una nuova tregua definitiva, un punto a capo, a partire dal quale tornare a vivere con uno scopo ben preciso. Sarà un percorso facile? Assolutamente no, ma questa è un’altra storia.

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