Buon compleanno Fernanda Pivano, signora America

Don Andrea Gallo la chiamava “Signora America”. Compirebbe 100 anni il 18 luglio Fernanda Pivano, scrittrice e traduttrice che ha raccontato all’ Italia tutti i più grandi nomi della letteratura americana

Vorrei aver scritto tre righe che la gente si ricordi”, diceva di sé Fernanda Pivano, che il 18 luglio compirebbe un secolo e che uno, il Novecento della letteratura, lo ha indubbiamente segnato. Nata a Genova nel 1917, righe ne ha sempre scritte tante. Ne ha però soprattutto tradotte, permettendo l’arrivo in Italia di tutta la letteratura americana che ha accompagnato molte generazioni. Che la sua vita sarebbe stata votata a questo, la giovane Nanda – così la chiamavano gli amici – lo capì a poco più di vent’anni, quando chiese a Cesare Pavese, professore al liceo prima e amico poi, quale differenza ci fosse tra letteratura inglese e americana. Lo scrittore di “La luna e i falò” in risposta le portò a casa alcuni libri. Uno era la celebre “Antologia di Spoon River”, di Edgar Lee Masters. Nanda se ne innamorò subito, e cominciò a tradurre su un quaderno. Pavese non ci mise molto a trovare quei fogli. Era il 1943, e il libro uscì, vistato dalla censura del MINCULPOP come Antologia di S. River, quasi fosse l’agiografia di un misterioso santo.

Portare l’America in Italia in quegli anni, “significava coraggio”. A dirlo è Fabrizio De Andrè, che di Nanda è stato uno dei più cari affetti, amato e quasi venerato, come amico e come “poeta”, per la qualità del lavoro – di nuovo – di traduzione di “Spoon River” nel suo “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”.
Un coraggio che le valse un invito a Cortina, mittente: Ernest Hemingway, di cui Nanda aveva appena tradotto “Addio alle armi”, il suo libro più celebre. Un lavoro per il quale aveva rischiaro l’arresto. Lo scrittore lo aveva saputo e aveva voluto incontrarla, stringerla in uno dei suoi proverbiali abbracci e sussurrarle “Tell me about the Nazi”. Da quel giorno nacque un’amicizia lunga quanto le loro vite.

Nanda Pivano con Ernest Hemingway
Fernanda Pivano con Ernest Hemingway

Ma Hemingway è stato soltanto il primo. Dopo di lui, Nanda è stata amica di tutti. Ma non si è limitata a raccoglierne confidenze e a condividerne il lavoro. Era con loro, mentre la storia cambiava. Nanda c’era quando gli Stati Uniti sono diventati la culla della controcultura, della lotta contro le guerre, le discriminazioni, la violenza. Quando gli emarginati cercavano la liberazione in un mondo in cui tutto, nonostante la violenza dell’establishment, sembrava possibile. Nanda c’era, e ha raccolto le voci dei cantori di quell’America, permettendo agli Italiani di respirare quell’aria, segnando generazioni di ragazzi cresciuti con le parole dei suoi amici poeti della Beat Generation: Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Corso. E poi la musica, altra costante della sua vita e delle sue amicizie, fra cui figurano nomi come Dylan, Patti Smith, Lou Reed. Perchè Nanda Pivano è stata molto più di un critico. Lei, i suoi autori, non li ha mai giudicati, si è “limitata ad amarli”. Ciò che contava, infatti, era conoscere, incontrare e tramandare tutto ciò che di culturale avrebbe potuto segnare un’epoca, nutrire le radici della ricerca del nuovo che muove tutti giovani. Anche lei che, giovane – giocando con la vita per tutti i suoi novant’anni – è sempre rimasta. E non si è mai fermata. Non è stata soltanto la voce italiana degli stati uniti degli anni Cinquanta e Sessanta. É a lei che le donne devono la scoperta di Erica Jong e la libertà sessuale, grazie a lei i giovani degli anni Ottanta e Novanta hanno scoperto la nuova America di “American Psycho” e “Le mille luci di New York”, Jay MacInerney e Bret Easton Ellis. Anche grazie a lei, si è cominciato a intuire la portata sociale di icone nostrane – che piacciano o no – come Vasco e Ligabue, che ne amavano la vitalità inesauribile.

Nanda Pivano e Jack Kerouac
Fernanda Pivano e Jack Kerouac

É questo che Nanda Pivano ha raccontato al mondo. Quanto la letteratura può fare la storia. Non quella dei manuali bolsi e scritti dai vincenti, ma della vita vissuta, dei tempi che cambiano, di possibilità prima inesplorate che possono condurre lontano, e forse non importa davvero dove.
Si rammaricava – forse solo per civetteria – di non aver mai scritto di suo pugno qualcosa attraverso cui potersi far ricordare, nella sua prolifica e pluricinquantennale carriera di giornalista, scrittrice e traduttrice sempre “in direzione ostinata e contraria”. Eppure la traduzione – la sua, soprattutto – non è mai pedissequa trasposizione, e allora forse si può attribuire a lei una parte di tutte le pagine che, oltre Atlantico, hanno rappresentato il secolo breve. E se così non è, sicuramente è a lei che si deve dire grazie per i sogni e le aspirazioni di molti, che perdurano ancora oggi attraverso libri senza tempo. Anche se quelle righe non le avesse scritte, almeno un po’, il mondo lo ha cambiato.

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