Unità: la voce di chi non l’ha voluta

I libri di Storia li scrivono i vincitori; su questo non ci sono dubbi. I cantori del nostro sud lo sanno bene, in particolare se si parla di unità nazionale
 
Fin da quando ha le minime facoltà per comprendere, l’italiano ascolta un discorso unico e univoco sull’Unità d’Italia. L’Unità è stata la rivoluzione italiana, un evento puro, ciò che ha gettatato le basi del Bel Paese, ciò che ha consegnato l’orgoglio italiano, quello che fa cantare a squarciagola milioni di anime quando la Nazionale gioca i mondiali (spesso sbagliando qualche parola dell’inno).
Questa è la verità, quella vera, quella che conviene.
Tuttavia, c’è chi si è azzardato a raccontarci un’altra storia, quella dei perdenti.
Poeti, pittori, scrittori che hanno provato a vestire di dignità le loro opere; tutti obbiettivi preferiti dalla censura di Stato che occupa le grandi mostre, le stazioni radio, i canali televisivi, le case editrici, gli studi cinematografici.
Ma se è semplice negare l’eternità nella memoria collettiva ad un quadro, impedire l’uscita di un film o la pubblicazione di un libro, molto più arduo è fermare le canzoni che con forza indistruttibile vanno raccogliendo una processione di voci per la strada che fanno.
Per raccontare l’altra storia, particolarmente utili sono tre canzoni di artisti partenopei che hanno visto la loro carriera continuamente osteggiata dalla censura, diretta o indiretta, ovvero Eugenio Bennato, Federico Salvatore ed il gruppo Hip-Hop 99 Posse.
Nel 1979 Bennato, assieme a Carlo D’Angiò, scrive “Brigante Se More”, un vero e proprio inno al brigantaggio, contro i Savoia e più in generale contro quella che normalmente viene chiamata Unità, ovvero l’invasione piemontese secondo i briganti.
(…) E mó cantammo `sta nova canzone
tutta `a gente se l`ha da impará
nun ce ne fotte dù re Borbone
la terra è nostra e nun s’ha da tuccáTutt´o paese da Basilicata
se so’ scetate e mo vonn’ luttá
pur’ a Calabria mó s’ha arrevotata
e `sto nemico facimme tremá

Chi vide o lupo e se mise paura
nun sapea bona ca è a veritá
u vero lupo che magna ´a creature
e ò Piemontese ch’avimmo a cacciá

“Omo se nasce brigante se more
ma fino all’ ultimo avimm’a spará
e si murimmo menate nu fiore
‘e na bestemmia pe sta’ libertà “,
ovvero “uomo si nasce, brigante si muore/ ma fino all’ultimo dobbiamo sparare/ e se moriamo portate un fiore/ e una bestemmia per questa libertà”.
Federico Salvatore, certamente molto meno conosciuto di Bennato, è un altro straordinario autore che ha dedicato la sua intera opera alla cultura meridionale. Censurato più e più volte, ha dedicato alla “Questione Meridionale” una canzone dal valore poetico elevatissimo che combacia con un sapore di verità inconfondibile che contraddistingue le sue parole.
Ne “Il Monumento”, Salvatore racconta  una storia legata ad un monumento costruito a Garibaldi.
Inizia così:
…Ed avevo una terra sul mare, una zappa e una lenza.
Il Battesimo non mi servì, mi chiamavo “Obbedienza”.
La mia sola risposta era “Si, Sissignore Padrone Eccellenza”,
il mio unico Santo nel cielo, “Santa Pazienza”.
E quel pezzo di pane che mi dava il padrone
normanno, tedesco, francese, spagnolo e Borbone,
lo condivo con quattro fagioli, con un mezzo bicchiere di vino,
e dormivo con undici figli e mia moglie vicino.
Nella prima parte Salvatore fa riferimento alla perenne condizione di sudditanza che da secoli contraddistingue i popoli del Meridione, che furono dominati da Normanni, Tedeschi, Francesi e Borboni.
Ma poi quel Conte, ragioniere a Torino,
mi disse un giorno “Ti presento Peppino”.
“Se ti vuoi riscattare davvero è arrivato il momento
di passare alla storia col Risorgimento”.
Il monumento! il monumento!
A Garibaldi per l’Unità.
E cosi spalancai ogni porta e cancello
al Fratello d’Italia con le piume al cappello.
Ma il fratello divenne il mio boia,
ogni donna di casa una troia,
per la legge che spoglia Gesù per vestire i Savoia.
A questo punto vengono introdotti i Savoia tramite il Conte Cavour, che promette al contadino protagonista della canzone il riscatto. Un riscatto che può ottenere solo unendosi a loro. L’uomo si fida e accoglie il “fratello italiano” che finisce col tradirlo, divenendo un boia, stuprando la sua donna.
Ed io, figlio del sud, fui chiamato “brigante”
e nassun Robin Hood mi salvò le mutande.
e baciato solo dal vento, dal vapore di un bastimento,
Mamma America mi asciugò le lacrime ed il pianto.
Il contadino si ribella e diventa un brigante, costretto poi ad emigrare in America.
E dalla padella di un Padre Padrone
finii nella brace di “Don Corleone”.
Ma la giacca di brigante da quel momento
divenne un gessato coi bottoni d’argento.
Il monumento! Il monumento!
Per il Padrino dell’omertà!
Arrivato in America, dove spera di trovare un po’ di libertà, trova un nuovo padrone, ovvero il mafioso.
E quando il paese mi vide ritornare arricchito,
con i dollari in tasca e il brillocco sul dito,
fù un boato di felicità
“È ritornato lo Zio Pascià”
Sventolarono il Tricolore dell’Unità.
Ed avevano tutti la faccia di quel tricolore,
Verde di rabbia, bianca di fame e Rosso d’amore.
Ed avevano i figli lontano
a Torino, a Treviso, a Milano,
per sentirli chiamare “Terroni” da un altro italiano.
L’uomo torna in Italia, arricchito, e trova il frutto di quell’Unità, ovvero la divisione di un Paese dove il settentrionale chiama terrone il suo fratello meridionale.
Ma le campane dei sopravvissuti
non suonarono più per quelli caduti
e quel pezzo di terra e di mare cullato dal vento
nascondeva un milione di martiri sotto il cemento.
Il monumento, il monumento…
…per quei caduti non ci sarà!
E nel cemento, le famiglie degli “Obbedienza”,
avevano sepolto pure la zappa e la lenza.
E nella piazza dell’Unità, tra due politici quaquaraquà,
fecero il Gran Monumento alla Libertà.
Ma sulla base del marmo eretto,
c’era una frase scritta in dialetto:
“Quanno siente ca figlieto chiagne pecchè vò magnà,
mò ralle ‘nu piezzo e stà libertà “
La canzone si conclude con una denuncia verso l’ipocresia che ha dimenticato tutti gli uomini uccisi durante l’Unità e con una cinica frase immaginata sulla base del monumento che si ricollega all’iniziale riferimento sulla condizione di sudditanza del Sud: “Quando senti che il figlio piange perchè vuole mangiare, dagli un pezzo di ‘sta libertà”
La terza canzone, del celebre gruppo 99 Possse, fa parte del loro album del 2011 “Cattivi Guagliuni”. Questo è un disco che ha subito numerose censure; è stato evitato dalla stragrande maggioranza delle radio, è apparso su Spotify e poi è stato rimosso, come su Youtube, dove si possono trovare solo pochi brani (a parte il disco completo su un unico video caricato da un utente recentemente).
“Italia SPA” è il titolo della canzone che ha destato scandalo e scalpore, brano che descrive i mali dell’Italia e le sue contraddizioni.
Sull’Unità, dice:
Nun è quistione d’Unità
si nuje l’avevemo fà o si era meglio lascia’ sta
l’Ottocento fu un secolo di rivolta
di giustizia popolare sull’uscio della porta
pronta ad entrare
in procinto di portare uguaglianza e diritti
terre e libertà per tutti
ma l’italia che avete fatto voi
l’avete fatta nel modo peggiore
spacciando fratellanza e seminando rancore
ignorando lo stupore
sul volto dei contadini fucilati
dei paesi rasi al suolo delle donne violentate
ignorando con dolo le aspirazioni di uguaglianza
giustizia e fratellanza
per le quali a milioni sono stati ammazzati
creando senza pentimento un paese a misura d’ingiustizia
un patto scellerato tra Savoia e latifondisti
e ancora nun v’abbasta mò facite ‘e leghiste
e mentre abbascio addu nuje chiudono ‘e ‘spitale
e i laureati s’abbuscano ‘a jurnata cu ‘na vita interinale
v’amma sentì ‘e parlà di questione settentrionale?(…)
Le ultime parole in italiano significano:
“E ancora non vi basta, ora fate i leghisti
e mentre giù da noi chiudono gli ospedali
e i laureati si guadagnano la giornata con una vita interinale
vi dobbiamo sentire parlare di questione settentrionale?”

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