Internet, communities, fandom e l’arrovellarsi dell’antropologo.

Abituati a studiare i Lele del Kasai (Africa), gli Orokaiva del Pacifico o i Kwakiutl americani, gli antropologi sono ora chiamati a rivolgere lo sguardo verso il mondo della rivoluzione virtuale; un mondo estremamente complesso e articolato.

Parlando di cyberspazio possono venire in mente le lontane, ormai quasi aliene, fascinazioni dei romanzi cyberpunk di qualche decennio fa; mondi fantastici dove la virtualità rappresentava principalmente un potenziamento, un accessorio in più da giustapporre alla mente e al corpo umano. Come non pensare a Neuromante (1984) di Gibson? Un romanzo cyberpunk in cui sì, l’autore ha la brillantezza di anticipare un mondo delle comunicazioni post-moderno, ma nel quale lo spazio virtuale è raccontato come una risorsa in più, un aggettivo o letteralmente un innesto corporeo a qualcosa che è tuttavia originario. Non si più più pensare alla rete come un semplice mezzo per ottenere informazioni e neanche come una versione potenziata dei media tradizionali; essa non è mera lesena ma parasta dell’umanità moderna.
L’uomo contemporaneo non usa semplicemente il world wide web come risorsa, ma ne è perennemente immerso e cresce quasi in simbiosi con esso.

La copertina di “Neuromante”

La capillarità delle connessioni che grazie ad internet vanno ad intersecarsi su di ogni persona è uno dei motivi per cui l’analisi antropologica trova così arduo svelare i segreti della rete. Non bastano più i concetti e i canoni tradizionali e lo stesso campo d’indagine è volatile, volubile e ogni volta da ridefinire.
In primo luogo, la stessa terminologia è precaria. La novità del tutto rende necessario l’adozione tempestiva di termini che devono essere spesso presi da altri ambiti accademici o addirittura dalla pop culture; per non parlare del continuo ricambio delle tecnologie che nascono e muoiono alla velocità della luce, per una disciplina che è poco abituata ai cambi repentini. Quanto tempo distanzia l’uso della ormai vetusta e-mail con la messaggistica istantanea di Whatsapp? Quanto tempo fa abbiamo iniziato a comunicare con frasi su immagini? A quanto risalgono i memes?

Un’altra problematica che deve essere affrontata per sbrogliare la matassa è il multiculturalismo delle persone che usano la rete e che in questo modo entrano in contatto. Anche senza entrare in ambito delle sottili differenze culturali tra persone della stessa community, si può citare semplicemente il fatto che in internet si esprimono una quantità enorme di lingue diverse. L’analisi di un tessuto sociale così variegato prevede come minimo una più che modesta capacità linguistica.

Tempo fa si pensava alla globalizzazione, e quindi al grande villaggio virtuale, come ad una forza omogeneizzante. Una sorta di “frullatore” che miscelasse tra loro le differenze culturali delle persone e le amalgamasse in una “sovracultura” onnicomprensiva. Al contrario, ciò che si osserva è una florida fioritura delle sottoculture e delle idee di nicchia, che essendo rivolte principalmente a minoranze, trovano nella rete il mezzo perfetto per unificare i propri numeri dispersi sul globo.

È proprio con un occhio rivolto a queste sottoculture che si potrebbe e iniziare a parlare di comunità web. Tra Tumblr, Reddit, Imgur e altri siti fortemente versati alla creazione di parentesi coese di persone che condividono una sottocultura, non è raro imbattersi nella creazione di un linguaggio e di un modo di essere tipico di una community online. Esistono fandom, blog, subreddit e interi siti che possono essere oggetto di ricerca etnografica al pari di un gruppo umano “primitivo”, ma anche qui le difficoltà non sono poche. Non bisogna dimenticarsi, infatti, che i membri delle comunità online non esistono solo al suo interno, ma che, oltre ad avere una vita fuori dalla rete, possono essere membri di diverse sottoculture allo stesso tempo e comportarsi in maniera differente all’interno di ciascuna.

Reddit
Tumblr

Tutto ciò deve essere letto anche in riferimento ad uno delle più peculiari caratteristiche della rete, che la rende particolarmente impenetrabile allo sguardo accademico, ovvero l’anonimato. Raro nella “vita reale”, l’anonimato permette una serie di atteggiamenti e dinamiche inediti, e rende incredibilmente difficile tenere traccia degli utenti della rete, con il risultato che l’antropologia raramente riesce a ricavare qualcosa di stabile dall’analisi della rete.

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