Musulmani in Italia e pregiudizi: conoscere una religione discriminata

I musulmani sono oggetto in Italia di numerosi pregiudizi, alimentati dal terrore per gli attacchi terroristici in tutta Europa. La realtà di questa religione è però molto diversa da quello che si crede.

L’articolo 19 della Costituzione italiana garantisce la libertà di culto, ma l’Islam viene fortemente osteggiato. Non è più possibile discriminare una parte sempre più consistente di cittadini che risiedono sul territorio. La umma musulmana italiana è composta oggi da un mosaico di 1,7 milioni di persone, di decine di nazionalità diverse, tra cui 300.000 italiani convertiti. 

L’Italia, nonostante una politica molto contraddittoria sull’immigrazione e sull’integrazione delle minoranze culturali, deve ormai adeguarsi all’Europa, dove la comunità islamica è composta da cittadini riconosciuti. Ad esempio, la Francia conta più di tre milioni di cittadini di religione islamica, in Olanda costituiscono il 5% della popolazione e in Belgio si stima che nei prossimi dieci anni diventeranno la maggioranza della popolazione.

La necessità di sfatare i pregiudizi riguardanti l’Islam in Italia nasce dall’esigenza di tutelare e includere questa realtà religiosa e permetterne la pratica con trasparenza e serenità. L’Islam è fondamentalmente una religione pacifica ed è assolutamente sbagliato associarla al terrorismo islamico, di cui, paradossalmente, il numero di vittime maggiore è proprio di religione musulmana.

Spesso si parla di “un’invasione di arabi musulmani in Italia” e la costruzione di una moschea viene interpretata come il segno del moltiplicarsi di fedeli sempre più numerosi. In realtà, secondo recenti stime della Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) la religione più professata dagli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2016 è quella ortodossa, con oltre 1,6 milioni di fedeli. Gli stranieri musulmani sono al secondo posto con 1,4 milioni, seguiti da poco più di un milione di stranieri cattolici. I luoghi di preghiera e di culto islamici censiti sono inoltre poco più di 750, di cui una percentuale irrisoria di moschee. 

Anche se in Italia la popolazione musulmana più consistente proviene dal Nord Africa ed è di cultura araba, nel mondo l’Islam non è la “religione degli arabi”. Pur essendo nata in Arabia ed essendo stata rivelata dal profeta arabo Muhammad, secondo l’Istituto Geografico De Agostini, oggi il più grande Paese islamico per numero di fedeli è l’Indonesia, di cui l’87% della popolazione nel 2012 si professava musulmano. Contando che nel 2012 l’Indonesia aveva 242 milioni abitanti, la percentuale di musulmani indonesiani corrispondeva al totale di tutti i Paesi Arabi messi insieme. Sempre secondo questi dati, nella classifica vi sono poi rispettivamente Pakistan, Bangladesh, India, Turchia e Iran: va notato che nessuno di questi Paesi è arabo. Il più grande Paese arabo per numero di fedeli è l’Egitto, in cui la percentuale di musulmani nel 2012 era del 90% su 81 milioni di abitanti.

Un diffuso luogo comune vede inoltre nell’Islam un nemico naturale del Cristianesimo: in Italia si ripete spesso che “per i musulmani i cristiani sono infedeli da eliminare o convertire”. In realtà, in più punti del Corano è possibile leggere che Muhammad non viene ritenuto un innovatore, né l’Islam si considera una religione nuova, ma la rivelazione monoteistica non corrotta e alterata, con numerosi punti di contatto con il Cristianesimo. Tra i profeti che hanno portato il messaggio di questa religione iniziata da Abramo, vi sono anche Isacco, Mosé, David, Giovanni Battista e Gesù, che non viene però visto come il figlio di Dio.

La cronaca recente ha rinforzato lo stereotipo che alla base della religione islamica vi sia una presunta guerra santa chiamata Jihad. Questa parola significa letteralmente “sforzo” per il consolidamento e la diffusione della fede e prevede due forme, nessuna delle quali è effettivamente violenta. Con Jihad al-àkbar o grande Jihad si intende la lotta contro il male e le passioni che sono dentro di noi al fine della purificazione spirituale, mentre il piccolo Jihad costituisce la lotta per la diffusione e la difesa dell’Islam. Oggi, intellettuali musulmani e non, interpretano il Jihad come un atto di catarsi dal male che risiede in ogni uomo. Attualmente non ha dunque un significato bellico: solo la lotta per la difesa della dar al-Islàm, il territorio dove vige la Sharìa, è obbligatoria per tutti i musulmani.

Un altro importante e spesso errato luogo comune crede che la cultura islamica consideri le donne inferiori, portando come prova la cultura del velo. Questo non è sempre simbolo di oppressione:è molto attuale e diffuso un video realizzato nel 2015 per il Guardian da Hanna Yusuf con l’inequivocabile titolo “Il mio velo è femminista”. Hanna è una studentessa londinese di origine somala, che ha scelto a 21 anni di riappropriarsi a modo suo del proprio corpo attraverso lo hijab. Pur essendo consapevole che la sua storia rappresenta soltanto la sua condizione e che esistono donne nel mondo che non hanno la possibilità di scegliere, ha deciso di esporsi per denunciare il pregiudizio che circonda il suo velo. Hanna ha scelto di indossarlo per sottrarsi ad una cultura occidentale che considera le donne solo come oggetti sessuali, ma anche chi la conosce le ha chiesto se fosse stata costretta a farlo. La ragazza ha quindi espresso la necessità di sottrarre la narrazione dei musulmani ai non musulmani e di cominciare a raccontare i vari volti di questa comunità.

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