“Opinioni di un clown” di Heinrich Boll: la dissacrazione dagli occhi dell’uomo comune

Heinrich Boll, premio Nobel per la Letteratura, racconta attraverso la storia di un clown squarci di vita tra guerra e dopoguerra

“Foto di gruppo con signora” (1971) consacrò la fama di Heinrich Boll a livello internazionale, con il conferimento del prestigioso premio Nobel per la letteratura. I nuclei tematici del romanzo (la guerra, l’immediato dopoguerra, la complessa realtà del “miracolo economico”) sono tuttavia ravvisabili nella totalità della sua opera, come nel luminoso “Opinioni di un clown” (1963) che, come osservò Claudio Magris, conserva i ritmi rapidi ed incisivi dei racconti brevi atti a raccogliere in tante istantanee squarci di vita: nel caso del nostro clown protagonista Hans Schnier i centri di gravitazione sono l’infortunio al ginocchio che stronca la sua carriera, l’abbandono da parte della fidanzata Maria, i dissidi con la famiglia, ma soprattutto lo scontro con l’ipocrisia che irradia tanto dai suoi congiunti quanto dall’ambiente sociale in ogni sua componente.

La critica si dispiega a partire dalla prospettiva soggettiva del protagonista e tale si manterrà intatta per tutta l’opera: il romanzo copre infatti un arco temporale di poche ore nelle quali il clown, ridotto sul lastrico e misconosciuto nella sua posizione sociale, fa una serie di telefonate nella speranza di racimolare qualche soldo. A fare da collante vi sono le sue memorie ed “opinioni”.

Ed è così che il suo cinismo velato investe quella madre che dapprima accoglie con benevolenza la partenza della figlia Henriette volontaria nella Flak e alla fine della guerra è presidentessa del Comitato centrale della Società per la conciliazione dei contrasti razziali e che non sa di niente: “Uno dei suoi principi: una signora non emana odori di nessun genere. Probabilmente per questa ragione mio padre ha un’amante così bella, che certo non emana alcun odore, ma a vederla sembra che debba odorar di buono”. Investe quel padre ricco ma incapace di saziare a dovere i figli: “Calma, calma – dissi – ti meraviglierai. L’esperienza più straordinaria della nostra infanzia è stata renderci conto che a casa non ci davano mai a sufficienza per riempirci la pancia.” e che riverbera la sua avarizia anche sulla madre: “Ah, l’eterno denaro! – questo grido di spavento sfuggiva a mia madre in ogni occasione, già quando le chiedevamo trenta pfenning per un quaderno di scuola. L’eterno denaro. L’eterno amore”. Scendendo poi dalla verticalità del rapporto parentale all’orizzontalità del rapporto con suo fratello Leo, Hans ne contesta la decisione di entrare in convento, la cui dubbia sincerità di principi morali trapela con un slargato riso d’ironia sin dall’inizio della chiamata con il prelato incaricato di rispondere al telefono: “No” – ribattei ancora -“spirituale. Una questione puramente spirituale”. A quanto pare questa per lui era un’espressione del tutto sconosciuta. Tacque gelidamente. […] “Anima, – ripeté freddamente – fratello, pericolo. Avrebbe potuto elencare con la stessa espressione: secchio, spazzatura, rifiuti. ” La riflessione si allarga quindi a Maria, cuore pulsante delle sue memorie, quella Maria che fino ad allora non l’aveva mai lasciato nei suoi viaggi, da quando a ventun anni aveva fatto con lei “le cose che uomo e donna fanno insieme” e che ora era scappata con un cattolico, ed infine epidemica la critica investe tutta la cittadina di Bonn ed i suoi abitanti, quella Bonn incapace di scorgere la persistenza di quelle stesse istanze reazionarie che erano state capaci di condurre la Germania nel disastro della guerra. Soltanto edulcorate, camuffate, nell’assopimento generale.

E la voce di Hans che filtra l’intera vicenda è quella dell’uomo comune vittima del processo storico che lo vede oggetto e non soggetto, misconosciuto nella sua arte e nei suoi valori, che nella scena finale di malinconia struggente e solitudine acuta impugna una chitarra e canta una canzone in stazione, il tintennio della prima moneta nel cappello e l’attesa di Maria di ritorno dalla sua luna di miele, il diniego opposto alle false credenze e la serietà delle sue fantasticherie, non del tutto innocenti forse, ma certamente capaci di lanciare una breccia, uno squarcio eloquente che si lasci guardare ed interrogare alla ricerca di un senso ulteriore.

Valentina Nicole Savino

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