Fino all’osso, la sfibrante crudezza dell’anoressia

In estate Netflix va per la maggiore, ed Elzevirus non si perde neanche un’uscita. E’ la volta di “Fino all’osso” un dramma realista e penetrante sull’anoressia, presentato allo scoro Sundance Film Festival.

“Se mangio mi faccio prendere dal terrore che qualcosa dentro di me possa implodere, ho paura di ritrovarmi rilegata in uno di quegli enormi letti di ospedali con gente che cerca di tirarmi su con la gru, e allora digiuno, mi sfianco di addominali, misuro la circonferenza del mio braccio perché non superi mai quella di un dollaro d’argento”. Ellen (Lily Collins), ventenne con un gran talento per il disegno, segue questa filosofia di vita, e da anni entra e esce da cliniche specializzate nei disturbi dell’alimentazione, senza ottenere alcun giovamento. Ciò che la ragazza non dice è che ha una vita complicata, un padre che la evita, una matrigna invadente, e una madre che si è trasferita a Phoenix con la sua nuova compagna per allevare cavalli, dimostrando così di non interessarsi in alcun modo ai problemi della figlia. I metodi drastici del Dr Beckham sembrano davvero essere l’ultima spiaggia per Ellen,  pur sostenuta dalla sorellastra Kelly e dai nuovi amici della casa di cura, tra cui spicca l’eccentrico ballerino Luke (Alex Sharp). La ragazza si dimostra però ostinatamente determinata nel proseguire la sua opera di autodistruzione.

 

“Fino all’osso” è l’ultimissimo prodotto targato Netflix, un film vero e realistico che racconta senza troppi fronzoli e voli pindarici, l’anoressia nella sua brutale, maniacale e distruttiva crudezza. Marti Noxon, la sceneggiatrice e regista, spoglia di ogni candore la teen idol Lily Collins, cancella il suo sorriso contagioso e spegne i sui occhi lucenti, infagotta il suo corpicino scheletrito in abiti informi e la rende manifesto universale di una malattia che non colpisce solo più modelle e star dello spettacolo, ma ragazze comuni, ragazze qualsiasi, non per forza adolescenti. È insistente, è fastidioso, è ridondante e ossessivo il soffermarsi su tutti i trucchetti del mestiere per nascondere la perdita di peso, il vomito, il disagio psichico, è destabilizzante il continuo indugiare sulle scapole sporgenti, sulle costole, sulla pelle grigiastra che ricopre un corpo indecorosamente provato. Come se ciò non bastasse anche la totale apatia di Ellen, bloccata in una dimensione di mezzo che le impedisce tanto di reagire quanto di sfogarsi autenticamente, contribuisce a rendere ancora più tesa l’atmosfera di un film che non concede spazio a sorrisi o a sospiri di sollievo.

 

La serenità e la pace dei sensi sembrano essere dei traguardi irraggiungibili, non solo per la protagonista ma anche per gli altri giovani malati, che vivono nel medesimo limbo, appesi al filo che li allontana dalla vita e li avvicina ogni giorno che passa alla morte: non solo una presenza aleatoria, oscura e minacciosa, ma che appare bussare violentemente alla porta della casa di cura sottraendo ai suoi abitanti l’unica speranza nel futuro.  Ciò detto, non mancano note negative: la contenuta, realista e misurata Noxon scivola, anche piuttosto prevedibilmente, in un finale sbrigativo, scontato, non perché portatore di un happy end – sperato e desiderato – ma per la elementare ed ingenua messa in scena. Inoltre, la pregevole e ossessiva asciuttezza, che porta letteralmente lo spettatore fino all’osso, risulta eccessivamente fredda e anonima, accompagnata, si spera volutamente, da uno stile assente. La totale assenza di un intervento della regista, qualunque esso potesse essere, svaluta la pellicola rendendola eccessivamente impersonale.
Malgrado ciò, questo prodotto Netflix si dimostra altamente superiore ai due precedentemente recensiti: “La scoperta” e “Okja”.

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