Non tolleranza, ma accoglienza: razzismo inconsapevole e pregiudizi

Si pensa che la tolleranza sia sinonimo di accoglienza, ma, più che un’apertura incondizionata e disinteressata, mette in luce pregiudizi nascosti e paletti.

“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza”.

Così si era espressa Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, in un comunicato stampa rilasciato per condannare il tentativo di stupro subito il 10 maggio 2017 da una ragazza diciassettenne di Trieste e per cui era stato accusato un richiedente asilo iracheno con precedenti penali.

Numerose le contestazioni ricevute in particolare dai consiglieri democratici di Milano (dove si era tenuta la manifestazione per i diritti dei migranti 20 maggio senza Muri), dallo scrittore Roberto Saviano e da diversi esponenti politici e intellettuali. Altrettanto numerose però anche parole di sostegno all’affermazione, provenienti da personaggi di ogni ambito, tra cui anche il giornalista Michele Serra, che ha dedicato un articolo della sua Amaca alla vicenda.

Secondo il giornalista, tutti i migranti dovrebbero essere accolti a patto che rispettino le leggi dello Stato che li ospita, pena l’espulsione. Perché non si chiede allora lo stesso trattamento per i cittadini italiani che commettono reati penali? Nulla rende un crimine meno grave, tranne apparentemente la cittadinanza del responsabile.

Il razzismo inconsapevole manifestato dal giornalista è ben espresso dall’affermazione con cui Serracchiani ha replicato alla bufera mediatica creatasi, successivamente oggetto di smentite. La presidente del Friuli scrive infatti in un post di Facebook: “Ho detto una cosa di buon senso anche se scomoda. Al di là del caso specifico, in cui le responsabilità saranno accertate dalle autorità, credo di aver detto una cosa evidente alla stragrande maggioranza dei nostri concittadini. Non rendersene conto significa fare il gioco di quelli che razzisti lo sono veramente”. La presidente di regione ha aggiunto che “un richiedente asilo chiede un atto di solidarietà e la comunità che lo accoglie instaura con lui un rapporto di fiducia.”

Le affermazioni della politica tradiscono una mancanza di conoscenza del diritto internazionale assolutamente ingiustificabile. La Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati stabilisce che l’espulsione non può avvenire quando il paese d’origine dell’interessato è in guerra, se vi rischia la vita o se può essere lì vittima di discriminazioni. L’Italia inoltre non ha mai compiuto un atto di solidarietà deliberato, ma ha rispettato il dovere inderogabile di offrire accoglienza fissato dalla Convenzione.

Altrettanto grave e sconvolgente è però constatare che secondo la Serracchiani e parte dell’opinione comune, i “veri razzisti” sarebbero coloro che chiedono di respingere tutti i migranti indifferentemente, non “solo chi se lo merita”. Non si riflette mai sulla portata discriminatoria dell’accoglienza alle proprie condizioni.

Questo tipo di razzismo dissimulato ricorda molto quello espresso nel film di Stanley Kramer “Indovina chi viene a cena”. La protagonista del film, una ragazza bianca proveniente da un’agiata e liberal famiglia WASP di San Francisco, annunciava ai propri genitori, mediamente razzisti, il proprio fidanzamento con un ragazzo nero. Dall’iniziale titubanza, l’anziana coppia passa all’approvazione: il ragazzo è un medico stimato e si comporta in tutto e per tutto come un avviato professionista WASP. La famosa commedia del 1967 intendeva sfatare i pregiudizi sui neri degli Stati Uniti degli anni ’60: il ragazzo nero, interpretato da Sydney Poitier, viveva una situazione speculare con i propri genitori, altrettanto rispettabili. E qui sta il razzismo inconsapevole del film: il messaggio trasmesso è che “i neri sono degni del nostro rispetto incondizionato quando si comportano come i bianchi, altrimenti possono essere i nostri camerieri”.

L’accoglienza reale non dovrebbe conoscere condizioni: quando vengono posti dei paletti si parla invece di tolleranza, in particolare quando il soggetto tollerato risponde a determinati stereotipi descrittivi su come dovrebbe comportarsi e prescrittivi su cosa non dovrebbe fare.

Una spiegazione molto lucida della tolleranza è stata scritta da Pier Paolo Pasolini nelle Lettere Luterane: “La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata Infatti al «tollerato» – mettiamo al negro che abbiamo preso ad esempio – si dice di far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua «diversità» – o meglio la sua «colpa di essere diverso» – resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Nessuna maggioranza potrà mai abolire dalla propria coscienza il sentimento della «diversità» delle minoranze. L’avrà sempre, eter­namente, fatalmente presente.”

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