La Cina a Milano: verso un’integrazione riuscita, nonostante gli stereotipi

La comunità cinese di Milano sembra impenetrabile, ma in realtà molto di quello che si crede sugli immigrati cinesi è solo un pregiudizio.

La zona di Milano tra piazzale Antonio Baiamonti e via Luigi Canonica corrisponde alla sua famosa Chinatown, pur essendo abitata anche da numerosi italiani. Milano rappresenta in Italia la città con la più numerosa popolazione cinese: nel 2015 si registravano circa 26.889 stranieri cinesi residenti. Nonostante costituisca una delle comunità di stranieri più consistenti, quella degli immigrati cinesi appare ai media e agli abitanti della città molto chiusa e gelosa delle proprie tradizioni e la tendenza della popolazione cinese a lavorare esclusivamente per privati della stessa nazionalità insieme ai disordini dell’aprile del 2007 hanno contribuito a conferirle l’immagine di una popolazione ostile e poco integrata. Circa 400 manifestanti di etnia cinese, sventolando bandiere della Repubblica Popolare Cinese, si erano scontrati in strada con gruppi di forze dell’ordine antisommossa. La violenta protesta, iniziata da una banale discussione tra un vigile e un commerciante cinese, era il culmine di un clima di tensione tra la comunità italiana e quella cinese della zona. Gli immigrati avevano in più occasioni esposto la propria insofferenza verso la sinofobia italiana, mentre i commercianti italiani denunciavano la presenza di un numero enorme di immigrati clandestini e di merci contraffatte nelle attività cinesi e esprimevano il timore che la presenza straniera trasformasse il quartiere.

L’episodio ha poi ulteriormente alimentato il clima di sinofobia, con successive manifestazioni, dichiarazioni e minacce dei militanti di partiti italiani di estrema destra verso gli immigrati della zona.

La realtà di oggi è molto diversa: una maggiore attenzione da parte del Comune ha garantito un miglioramento delle condizioni abitative della zona e immigrati e italiani hanno iniziato a collaborare in diverse attività commerciali. La storia della via Paolo Sarpi di oggi non trasmette l’immagine di un ghetto ma racconta un viaggio verso un’integrazione riuscita, soprattutto grazie al prezioso contributo delle generazioni più giovani.

Via Paolo Sarpi a Milano

La comunità è composta da tre principali gruppi: quello degli immigrati più anziani, ancora molto legato alle tradizioni e più propenso al mantenimento dei confini tra le etnie, quello degli immigrati appena arrivati, che ha difficoltà iniziali con una possibile integrazione per la non conoscenza dell’italiano e spesso la mancanza del permesso di soggiorno e infine una nutrita componente di cinesi cresciuti in Italia o nati qui da genitori immigrati. Sono questi ultimi quelli che s impegnano maggiormente per una riqualificazione della zona cercando una mediazione tra la cultura dell’etnia d’origine e l’identità italiana. Come molti altri “italiani di seconda generazione”, hanno studiato nelle scuole italiane, spesso conoscono meglio l’italiano della lingua originaria, al contrario delle persone più anziane, che vivono una sorta di “segregazione” linguistica e devono servirsi dei familiari come intermediari con l’esterno. La frammentazione linguistica e culturale all’interno della comunità cinese, apparentemente molto omogenea, costituisce un grande problema irrisolto. L’unica lingua che permetterebbe una comunicazione universale sarebbe il mandarino, ma è poco diffuso tra gli immigrati che spesso parlano esclusivamente dialetti della regione di provenienza. A questo va aggiunto un intenso spirito nazionalista nella popolazione cinese, in cui sono frequenti scontri tra i sostenitori della Repubblica Popolare Cinese e quelli della Repubblica Nazionalista. Gli assimilati sono tendenzialmente neutrali, ma stanno progressivamente perdendo la padronanza della lingua madre, motivo per cui la comunità chiede una scuola cinese o una scuola di lingua nella zona per preservare una parte così importante della propria cultura. In questo senso viene percepito come il pericolo di una perdita il fatto che in una comunità ormai così grande sia ormai impossibile avere legami di conoscenza con tutti i componenti e il fatto che spesso i più giovani siano più interessati al mondo esterno.

La nuova generazione ha però trovato una forma di compromesso. Ha conservato e fatto proprio della comunità originaria lo spirito imprenditoriale e l’interesse per la cultura, che ha espresso in maniera innovativa attraverso la condivisione. Il quartiere ha oggi un festival cinematografico, decine di associazioni culturali e ha reso i festeggiamenti per il tradizionale Capodanno uno dei momenti culturali più interessanti dell’anno per tutta la popolazione milanese.

Un esempio molto originale di integrazione e sintesi di culture diverse è quello della bottega di ravioli cinesi fatti a mano di Hujian Zouh Agie al numero civico 27 di via Paolo Sarpi. Agie, che è laureato alla Bocconi e ha di recente vinto il premio street food del Gambero Rosso, utilizza gli ingredienti piemontesi del suo vicino macellaio.

Francesco Wu

Altrettanto interessante la storia di Francesco Wu, vicepresidente di Associna Lombardia e membro del direttivo dell’EPAM, l’Associazione Provinciale Milanese dei Pubblici Esercizi e titolare di un ristorante italiano a Legnano. Associna è la prima e principale associazione delle nuove generazioni di italo-cinesi nati o cresciuti in Italia. Wu, arrivato in Italia da bambino e laureato al Politecnico di  Milano, è ben consapevole di cosa siano la sinofobia e i problemi di assimilazione culturale dei più giovani. Nelle aziende italiane dove ha lavorato percepiva la paura per “il cinese che ci ruba il lavoro”: uno dei motivi principali, insieme spesso alla scarsa conoscenza dell’italiano e la mancanza di documenti, per cui i cinesi preferiscono lavorare nelle attività dei connazionali. Wu pensa che avere coscienza e conoscenza di entrambe le componenti della propria identità rafforzerebbe le nuove generazioni. In un’intervista per Il Post Wu rifletteva: “Mi sento totalmente italiano, ma anche totalmente cinese. Noi non solo siamo il ponte, ma anche entrambi i luoghi alle estremità del ponte”

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