Claudio Abate – L’artista che ha fotografato l’arte contemporanea

Come ha osservato Gregorio Botta, “bisogna essere artisti per fotografare l’arte1, e questo è tanto più vero quando parliamo di arte contemporanea. Claudio Abate, scomparso lo scorso 3 agosto, è stato un grande artista e un grande fotografo.

Claudio Abate (fonte)

Figlio del pittore catanese Domenico Abate Cristaldi (amico tra gli altri di Giorgio De Chirico), Claudio nasce e cresce muovendo i primi passi in un contesto sicuramente stimolante. I suoi occhi si nutrono sin da subito di arte. Orfano dall’età di cinque anni, viene messo in collegio; ne uscirà ad undici anni, e con le idee già molto chiare. Comincia a fare il ragazzo di bottega per un amico del padre, il fotografo degli artisti Michelangelo Como in via Margutta, e riceve da lui in regalo una macchina fotografica. Scatta la sua prima foto a 12 anni scoprendo un mestiere – una vocazione – che non abbandonerà mai più. Aprirà in seguito il  suo studio, nella stessa via, cominciamo a curare anche i suoi personali progetti fotografici e artistici.

Ritratto di Jannis Kounellis, 1989 (fonte)

Sono gli anni ’50 e ’60 e Roma è nel pieno del suo fermento culturale, artistico, cinematografico, intellettuale. Via Margutta e Piazza del Popolo sono il cuore pulsante del turbolento incontro – e spesso scontro – tra artisti, ideologie politiche, movimenti d’avanguardia. Abate viene così in contatto con i protagonisti delle rivoluzioni nelle arti contemporanee: Mario Schifano, Carla Accardi, Tano Festa, Fabio Mauri, Gino De Dominicis, e poi i più grandi esponenti dell’Arte Povera, e tantissimi altri,  ma anche Federico Fellini e Carmelo Bene (di cui diviene fotografo di scena per più di un decennio).

Con la sua sensibilità, Claudio Abate riesce sempre e innanzi tutto a creare un rapporto di fiducia, amicizia, complicità con tutti coloro che poi sarebbero passati davanti all’occhio del suo obiettivo. Questa risonanza comune degli animi, questa intimità illuminata dalla passione artistica, la ricerca, la continua avanguardia, sono gli elementi fondamentali che rendono le sue foto uniche, così forti e intense, capaci di contenere la poetica di un artista, e l’essenza di un’epoca.

È il rapporto tra l’artista e la sua opera a catturare l’interesse di Abate. Diceva: “Non guardo solamente l’opera, guardo l’artista che la sta guardando. Vedo il suo punto di vista, ed è da lì che comincio”2.

Due dei ritratti di Pino Pascali, 1965 (fonte 1 e fonte 2)

Sono nati così i ritratti più celebri, come quello iconico di Jannis Kounellis del 1989, e meravigliose serie in cui gli artisti sono ritratti assieme alle loro opere. È il caso degli scatti in cui Pino Pascali, allegro e luminoso nel suo sorriso, cavalca come un bambino la sua Colomba della Pace (della serie di sculture delle Finte Armi), o è immortalato in una mezza capriola ai piedi della Vedova Blu. Foto piene di vitalità, irripetibili.

“Nell’epoca in cui l’arte non era affare solitario, ma si era davvero amici e si lavorava e si viveva tutti insieme, in una esplosione di pensiero e creatività totale, ad Abate va riconosciuto il merito di aver fotografato alcuni momenti chiave della storia dell’arte italiana degli ultimi decenni”3.

“12 Cavalli” di Kounellis, Galleria L’Attico, 1969 (fonte)

Fotografando le installazioni e gli happening ha reso spesso immortali momenti che non avrebbero evidentemente potuto più ripetersi. Sua la documentazione della performance “12 Cavalli” di Kounellis, durante la quale dei cavalli vivi, ben accuditi, e in postazioni create a distanza regolare,  furono esposti presso la Galleria L’Attico di Roma nel 1969. L’idea della verità nell’arte è portata alle estreme conseguenze e l’oggetto è sostituito con la vita stessa. Un’opera fondamentale, resa iconica sul piano dell’immagine proprio dalle foto di Abate.

L’arte contemporanea è materia quanto mai sfuggente, rinnega lo sguardo frontale aprendosi ad infiniti punti di vista, entra in relazione con lo spazio circostante e con il pubblico, spesso la sua natura è caduca, e l’opera si consuma nell’arco di giorni, di ore, o di un momento. Fotografare l’arte contemporanea vuol dire assumersi la responsabilità di cristallizzarla in una forma, con cui poi sarà conosciuta e ri-conosciuta in seguito. Claudio Abate si è assunto questa carico, e intercettando con ogni suo scatto la traiettoria dello sguardo dell’artista sulla sua opera, ha interpretato più di mezzo secolo di arte italiana e internazionale, rendendo ogni prospettiva durevole nel tempo. E non è anche questo arte viva?

Mario Merz, Che fare?, 1969 (fonte)

 

NOTE

  1. Gregorio Botta, L’uomo che fermava l’attimo dell’arte contemporanea italiana – repubblica.it
  2. Ibidem
  3. “Morto a Roma il fotografo Claudio Abate. Aveva 74 anni” – artribune.com

Fonte ulteriore: Angela Madesani, Fotografi d’arte. Claudio Abate – artribune.com

Immagine in evidenza: Carmelo Bene in una foto di scena di Claudio Abate, particolare (fonte)

 

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