Come non parlare di disturbi alimentari: gli stereotipi di “To the bone”

I disturbi alimentari sono una tra le complesse tematiche che la piattaforma Netflix affronta, senza apparenti limiti o censure, attraverso le proprie produzioni. La continua ricerca di novità ed il privilegiare la quantità rispetto alla qualità possono però avere l’effetto di rafforzare determinati stereotipi su alcuni temi.

È il caso del dibattutissimo “To the bone“, film Netflix riguardante appunto il tema dei disturbi alimentari. Numerosi sono infatti gli errori di comunicazione del film nel ritrarre sia l’aspetto della malattia che del ricovero, nonostante la stessa produttrice, regista e sceneggiatrice Marti Noxon stia combattendo un disturbo alimentare.

Anche l’attrice protagonista Lily Collins ha ammesso di avere problemi di anoressia in fase di cura, come dichiarato nel suo recente memoir “Unfiltered: No Shame, No Regrets, Just Me”. Ed è proprio l’aspetto dell’attrice ad alimentare uno dei principali stereotipi riguardo questi disturbi: Collins infatti, sotto la supervisione di un nutrizionista e di diversi esperti, ha perso molto peso per il ruolo. Come ha evidenziato però la drammaturga e sceneggiatrice Jan Rosenberg in un articolo per il periodico online Bust, le persone anoressiche non si presentano sempre come incredibilmente sotto peso.

La drammaturga Jan Rosenberg

Rosenberg, che combatte da anni contro bulimia e anoressia e sta scrivendo il dramma sui disturbi alimentari “Never Have I Ever”, ha infatti ricordato che uno degli elementi che rende più difficile aiutare chi soffre di questi disturbi sta nel fatto che spesso non é immediatamente riconoscibile. Le persone anoressiche possono infatti essere sovrappeso, le persone che soffrono di binge-eating sottopeso, mentre le persone bulimiche possono oscillare tra questi due poli, ma fin troppo spesso le persone con disturbi alimentari possono avere un aspetto apparentemente sano e un indice di massa corporea nella norma. Dipingere sempre le persone con disturbi alimentari come incredibilmente sottopeso o sovrappeso contribuisce inoltre a rendere invisibili i cosiddetti disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati, detti NAS o in inglese EDNOS.

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali definisce i NAS “disturbi clinicamente significativi e che comportano un notevole disagio per le persone, ma che non soddisfano tutti i criteri per una diagnosi piena di Anoressia Nervosa o di Bulimia Nervosa”. I NAS includono dunque le cosiddette sindromi parziali o disturbi sotto la soglia, ma anche disturbi non ancora completamente definiti e delineati, come ad esempio la sindrome “mastica e sputa” o la “dieta cronica”.

Come rileva Rosenberg, tuttavia, la forma di invisibilità più grave che contribuisce a creare il film è quella che riguarda la classe sociale, il genere, l’etnia e l’età di chi soffre di disturbi alimentari. Mentre questi disturbi colpiscono indifferentemente chiunque, nella clinica dove la protagonista viene ricoverata quasi tutti i pazienti sono come lei minute ragazze bianche di ceto medio-alto. Si comunica così che questo tipo di disturbi riguardi solo loro e la presenza dei due elementi “fuori dal coro”, ovvero un ex-ballerino bianco e una ragazza mulatta affetta da binge-eating, finisce solo per rafforzare questo stereotipo errato.

Una scena di “To the bone”

Inoltre, “To the bone” mostra come unica possibilità di ricovero affidarsi a costose cliniche private, non menzionando mai alternative alla portata anche dei non benestanti. Le persone con disturbi alimentari, che appartengono a ogni ceto sociale, possono infatti trarre beneficio anche da sessioni con nutrizionisti e terapisti di ospedali e consultori pubblici e da gruppi di supporto gratuiti.

Molto grave inoltre, nella rappresentazione della persona malata, la colpevolizzazione di chi soffre di questi disturbi. Alla protagonista viene ripetuto da chiunque la circondi che potrebbe guarire se solo lo volesse o si impegnasse. Lo stesso scioglimento della trama sembra supportare quest’idea erronea: la protagonista Ellen riscopre infatti “il desiderio di vivere”. Sottovalutare la portata della malattia è pericoloso e offre il fianco anche ad un’infantilizzazione dei malati, che sembrano incapaci di decidere autonomamente. L’infantilizzazione caratterizza tutto il trattamento a cui sono sottoposti i pazienti della clinica Threshold e il loro rapporto con lo psichiatra interpretato da Keanu Reeves, attraverso un sistema di punti e ricompense e una costante invasione dei loro spazi. Inspiegabilmente però i pasti dei pazienti, che non sanno come alimentarsi, sono liberi e non sorvegliati. Si alimenta così l’idea stereotipata che basti volerlo per ricominciare ad avere un rapporto sano con il cibo, mentre i corpi malnutriti non sono più capaci di assorbire immediatamente un determinato quantitativo di elementi nutritivi.

I principali problemi comunicativi del film sono però due, intrinsecamente legati: la rappresentazione dei malati come concentrati solo su sé stessi e l’uso di numeri e cifre in rapporto a peso e cibo.

Tutto il film rivela infatti un’attenzione quasi morbosa verso la quantificazione di calorie, misure, pesi, attorno a cui ruota la maggior parte dei dialoghi. Anche nel tentativo di dare verosimiglianza al film, come evidenzia Rosenberg, si tratta di una rappresentazione dannosa, dato che parlare di numeri alimenta l’ossessione.

E infatti i personaggi sembrano appartenere ad un universo claustrofobico e ossessionato; prigionieri della malattia, oltre al senso del limite, sembrano aver perso anche empatia e senso morale. A parte la protagonista e il suo amico Luke, i pazienti di Threshold sono infatti ridotti a semplici manifestazioni stereotipate del proprio disturbo senza profondità. Come Rosenberg afferma, invece, le persone con disturbi alimentari sono emotivamente complesse e intelligenti.

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