Monolith, un’auto tecnologica unisce Italia e USA

Italiani negli USA: arriva nelle sale, in pieno agosto, il nuovo film di Ivan Silvestrini, “Monolith”. Thriller a bordo di una fin troppo sicura auto del futuro.

Titolo inglese, cast statunitense, ambientazione in una zona desertica della California, “Monolith” sembra essere uno di quei classici thriller a basso budget prodotti da una qualche esordiente casa di produzione indipendente, ed è invece un prodotto nostrano. Diretto da Ivan Silvestrini e prodotto da Sky Cinema e da Sergio Bonelli Editore, è un film inconsueto per l’Italia, un film che nonostante non sia pretenzioso – per fortuna non lo è – riesce ad aprire una nuova strada e a dimostrare che il Bel Paese possiede anche un – ancora acerbo – cinema sperimentale.

Ciò detto, “Monolith”, adattamento cinematografico dell’omonima graphic novel scritta da Roberto Recchioni cela, sotto un alone di mistero rancido di manierismo, una narrazione lineare, prevedibile, frettolosamente messa insieme con l’obiettivo di dare volume a un film che è: “tanto fumo e niente arrosto”.

 Monolith Sandra e David

Sandra, madre del piccolo David, viaggia sulla sua Monolith, un’auto di ultima generazione super tecnologica e di massima sicurezza. Venuta a conoscenza del tradimento del marito, perde la testa, si mette in viaggio verso Los Angeles ma, lungo il tragitto – nel bel mezzo di una strada isolata di un’area desertica – investe un cervo che all’improvviso le taglia la strada. In seguito all’incidente l’auto si chiude e intrappola al suo interno il bambino. Ha inizio, così, una lotta contro il tempo e contro la tecnologia per salvare David.

Uno scontro all’ultimo sangue tra essere umano e tecnologia. Sandra non si dà per vinta, corre, cade, si rialza, cerca disperatamente un contatto umano che sembra proprio non essere previsto. L’uomo si è completamente dimenticato di quella landa desolata, popolata di rottami e lamiere arrugginite di vecchi aerei e centrali elettriche abbandonate; perciò, il bivio davanti a cui ci si trova prevede in entrambi i casi un rischio immane da correre: sperare, che a ben poco servirebbe, o autodistruggersi.

Monolith uomo vs tecnologia

Silvestrini, questo va precisato, gioca abilmente con i generi e si muove agilmente tra essi: prende ispirazione da serie quali “Black Mirror”, mescola thriller a dramma, e amalgama tutto nel contenitore del B-movie, quel genere anni Settanta che tanto piace a Tarantino, quello di “Punto Zero” e “Zozza Mary, Pazzo Gary”. Donne e motori, per dar vita ad un cocktail letale. Non a caso la Monolith che dà origine al titolo è un’inquietante e massiccia auto nera, che non con fatica ricorda quella guidata da Kurt Russell in “Death proof”.

Il regista, nonostante mostri platealmente di avere uno stabile background di celebri e meno celebri influenze, si perde nel momento esatto in cui tenta di personalizzare il film e di giungere alla scena di svolta: gli ultimi quindici minuti sono un continuo accavallarsi e avvitarsi su sé stesso – forse andavano tagliati? – il pathos si trasforma in farsa non cercata. Il terreno sembra franare sotto i piedi di Silvestrini, esattamente come frana sotto le possenti ruote della Monolith. Ci si appiglia a ciò che si riesce e si raggiunge una precaria incolumità, che lascia l’amaro in bocca.

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