Una mostra per raccontare la storia: 1916, l’esodo dei trentini del Vanoi in Puglia

Lungo il belvedere panoramico di Canal San Bovo, paesino del Trentino Alto Adige affacciato sulla Valle del Vanoi, è possibile, in questo periodo, attraverso una esposizione fatta di pannelli illustrativi, scoprire una storia poco nota ma tanto significativa anche alla luce di quello che viviamo oggi.

Una mostra non fatta materialmente di opere d’arte ma di fotografie, memorie, testimonianze, che trasforma la percezione del luogo in cui è allestita raccontandone il passato, narrazione dell’Italia di ieri che tanto avrebbe da insegnare a quella dei nostri giorni.

Bambini e bambine di Canal San Bovo profughi a Manduria, durante la festa del Corpus Domini (da un pannello della mostra)

Le vicende risalgono al periodo della Prima Guerra Mondiale e sono state raccontate e documentate da Francesco Altamura in un volume da cui la mostra prende le mosse1. Allo scoppio del conflitto armato nel 1915 la Valle del Vanoi si ritrova all’improvviso – e letteralmente – tra i due fuochi nemici: da un lato gli austro-ungarici schierati sul Lagorai, dall’altro gli italiani sul monte Totoga, nel mezzo gli abitanti dei paesi della Valle. Dopo un periodo di cautela ed attesa, l’ordine di sgombero definitivo arriva il 26 maggio 1916, mentre inesorabile è l’avanzata degli austriaci ricordata come Strafexpedition, la spedizione punitiva che culmina nella Battaglia degli Altipiani proprio il successivo 15 giugno.

In fretta e furia la popolazione di interi comuni come Primiero, Vanoi, Canal San Bovo – soprattutto donne, bambini, anziani e tutti coloro che non erano stati cooptati nelle fila dell’esercito – si vide costretta ad abbandonare la propria casa e tutti i propri averi per aggrapparsi alla speranza di trovare salvezza lontano dal fronte, lontano dal Trentino. Gli sfollati furono inviati nelle Terre di Puglia per i mesi successivi. I treni li conducono fino alle stazioni di Francavilla Fontana, Altamura, Gioia del Colle, Manduria. I pugliesi sono intimoriti dall’arrivo degli “austriàcci”  ma poi si rendono conto che in fondo, “sono come noi”.

Fotografia d’epoca di Gioia del Colle, in uno dei pannelli della mostra.

Dopo i primi giorni il muro di diffidenza crolla grazie al naturale senso d’accoglienza degli abitanti di Puglia  nel momento della convivenza (soprattutto in paesi come Gioia dove gli esodati furono alloggiati in case del centro storico) con persone in difficoltà, fuggite da una terribile guerra che stava uccidendo sui campi di battaglia anche i figli del Sud.

Si racconta dello stupore dei pugliesi nel vedere che i trentini sapevano leggere e scrivere, tutti quanti, anche le donne e le ragazze2. Al contrario, in Puglia l’analfabetismo era pressoché la norma. I trentini cominciarono ad aiutare gli ospitanti a leggere e poi rispondere alle lettere che arrivavano dagli uomini al fronte. Fu uno dei motivi che maggiormente avvicinò le due popolazioni.

Gli aneddoti raccolti tra i figli e nipoti degli sfollati sono commoventi nel testimoniare la sofferenza della guerra e dell’esilio, la morte di alcuni lontano da casa, per le malattie virali al tempo diffusissime, ma anche, allo stesso tempo, della strana eccitazione dei bambini e ragazzi che per la prima volta nella vita uscivano dallo stretto cerchio delle montagne, della meraviglia di tutti di fronte a territori nuovi, ad ortaggi mai visti e frutta mai assaggiata prima3 .

Il pannello dedicato alla storia di Mandurino Weiss

I legami così creati, sostenuti dall’empatia in un periodo cosi particolare seppur breve, si sono mantenuti nel tempo creando storie di vita alle volte incredibili, come quella di Mandurino Weiss, nato per l’appunto a Manduria, dove la famiglia era stata sfollata. Al momento della dichiarazione di nascita del figlio in municipio il padre sceglie un nome così simbolico che lì per lì un altro papà, Michele Dinoi, di impulso attribuisce al proprio figlio il nome di Trento Giovanni.

“I due, Trento e Mandurino, ‘che sapevano l’uno dell’altro ma che non si erano mai conosciuti’, sarebbero venuti in contatto tra loro ancora per via di un conflitto: la Seconda Guerra Mondiale. Impegnati infatti nelle fila dell’esercito italiano in Etiopia, entrambi caduti prigionieri delle forze inglesi, si sarebbero ritrovati assieme presso il campo di prigionia di Ginja, in Kenya: ‘durante un appello il sig. Weiss udì pronunciato dal sergente inglese il nome di Trento e il soldato di nome Trento sentì il nome di Manduria. Nei due soldati italiani prigionieri a Ginja non vi fu alcun dubbio, l’episodio della loro nascita e del loro battesimo fu subito ricordato e uno si mise alla ricerca dell’altro’.” 4

Un episodio singolare quello dei profughi trentini nel Sud, tra i tanti che l’Italia ha vissuto, che la Storia probabilmente ancora cela segreti, e dei quali per anni si perde il ricordo. Parallelamente altre migliaia di civili venivano sfollate dagli austriaci verso le province lontane dell’Impero, in Boemia, in Moravia. Un esodo, tante direzioni, tante storie, che segnano una terra inesorabilmente di confine. Ed anche, guardando all’Italia, una delle tante cicatrici da cui è nato il nostro paese.

 

NOTE

1 – Francesco Altamura, Storie e memorie delle popolazioni di Primiero e Vanoi sfollate in Puglia nel 1916, Besa Editrice, 2017

2 – “Quando sono scesi dal treno, la gente del posto, vedendoli, li guardava e diceva tra loro ‘Sono come noi!’. Li hanno schierati lì sul piazzale della stazione, c’era un incaricato, probabilmente quello che comandava il centro profughi, e questo è ricorrente come aneddoto, ovvero che lui ha detto ‘Se tra di voi c’è qualcheduno che sa leggere o scrivere, faccia un passo avanti!’. Tutti!” (esperienza di Livia Vidda, profuga a Manduria, riferita dal nipote Sandro Gadenz).

3 – “Ortaggi che qua, mai visti. Pensa te, le melanzane, i peperoni, i pomodori, cioè, era come mangiare qualche frutto esotico per noi” (testimonianza di Silvio Gadenz). “Mio papà diceva sempre che là era la terra promessa: si, perché la bastava semenàr che veniva…” (dalle parole di Giuseppe Maeryld) , quasi che non ci volesse neanche la cura dei campi da parte dell’uomo.

4 – Citazione tratta dai pannelli in mostra, dal libro omonimo, vedi nota 1.

Si ringrazia Pier Paolo Chini per le foto presenti nell’articolo e per il suggerimento di scoprire questa particolare mostra, e questa storia che lega cosi strettamente Trentino e Puglia, Sud e Nord.

 

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