“Babilonia” di Yasmina Reza: l’esilio dell’uomo dall’uomo

Yasmina Reza ci incanta e turba con la sua ultima opera, “Babilonia”, crocevia di fascinazioni e drammi universali.

Nell’ultima opera della nota drammaturga francese Yasmina Reza, “Babilonia”, tanti sono gli echi, i rinvii, i debiti letterari e cinematografici: dal poliziesco ai temi assimilabili al romanzo “l’Avversario di un altro grande scrittore connazionale, Emmanuel Carrere, al gusto per l’elemento ridicolo e al contempo straniante degno di un James Joyce, che già si rinveniva in “Felici i felici” (in cui la Reza fa scoppiare una lite furibonda in un supermercato a seguito dell’acquisto del formaggio sbagliato), al cinema neorealista e alle comparse di Fellini, arrivando allo stesso luogo di composizione dell’opera, Venezia, da sempre Circe incantatrice, ispiratrice di romanzi dalle venature opalescenti a doppio taglio: «Il paesaggio è fondamentale. La vera filiazione sta nel paesaggio. La stanza e la pietra non meno che il taglio del cielo. E’ questo che Denner mi aveva insegnato a vedere nelle foto cosiddette di strada: come il paesaggio illumina l’uomo. E come fa parte di lui»,  ricorda la stessa Reza in un bellissimo passaggio. Eppure si riconferma l‘originalità di questa scrittrice capace di mostrare le cose attraverso uno squarcio: dapprima fessura, che si slarga man mano e rivela il cinismo a piccoli dosi, come preparando, ingannando il lettore, falsamente al sicuro, e con ciò abbraccia la definizione di classico che dà T. S. Eliot in “Che cos’è un classico”, come di evento capace di metabolizzare il passato conquistato a grande fatica per darne una nuova, e a sua volta feconda, trasfigurazione.

La trama del romanzo è semplice e lineare, quasi scarna: un uomo nella periferia di Parigi uccide la consorte, e la vicina di casa, nonché amica dell’assassino, quasi inconsapevolmente si trova coinvolta nel tentativo di occultamento del cadavere. L’uomo è un uomo semplice, appare come innocuo, un po’ trasparente, quasi banale, a volte lo si chiamerebbe persino buono. Non ha nulla di demoniaco o lontanamente malizioso, la sua vita scivola e barcolla tra lotte quotidiane, come quella per conquistare l’affetto del nipote adottivo Remi, da cui desidererebbe tanto essere chiamato nonno o quello per la cura del suo gatto cagionevole Eduardo che gli altri sembrano quasi disprezzare. Persino il suo matrimonio sembra essere frutto del caso più che di vera e propria volizione: « Per quale motivo questi due esseri si erano messi insieme? Al Centro Studi sulla proprietà intellettuale di Strasburgo avevo un’amica, una ragazza un po’ schiva. Un giorno ha sposato un tizio taciturno e poco attraente. Mi ha detto, lui è solo, io sono sola. Trent’anni dopo l’ho incontrata sul Thalys, costruiva mongolfiere per parchi divertimenti, stava ancora con lui e avevano avuto tre figli. Per la coppia Gumbiner-Manoscrivi il finale è meno piacevole, ma nonostante le infinite variazioni il motivo non è forse sempre lo stesso? ». E nemmeno la descrizione del personaggio ha un ruolo così prioritario rispetto a quella degli altri, la festa data dalla vicina di casa Elisabeth che sarà la quasi-complice dell’uomo ed è voce narrante del romanzo, apre infatti il racconto vero e proprio presentando i personaggi come su di una giostra mettendoli a nudo nelle loro debolezze ad uno ad uno con fare disincantato: «C’è sempre una palla al piede, dappertutto. La palla al piede della serata era Georges Verbot. Mangia e beve, non dà mai una mano e non parla con nessuno. La neve si era rapidamente trasformata in una blanda pioggia. Georges Verbot vagava senza meta tra i vari gruppetti, con piatto e bicchiere in mano, poi andava ad incollarsi alla finestra come se fosse comunque più divertente fuori.», l’analisi prosegue inflessibile anche dopo il delitto: «più tardi, si era sentita a disagio davanti alla sua euforia quando Gil Teyo-Diaz aveva punzecchiato Mimi. Di fronte alla sua imitazione del pollo che sbatacchiava le ali era rimasta costernata, sia per la volgarità del gesto che per il discorso. Senza arrivare ad immaginarsi un esito così esecrabile, aveva avvertito in quella buffonata un esito di follia. Tutte queste osservazioni, enunciate al telefono con voce monocorde, mi hanno dato la misura di quanto fossi più vicina a un Jean-Lino che a una Claudette, la cui rigidezza fin lì attribuita a una forma d’introversione scientifica a un tratto mi pareva rivelare uno squallido conformismo.» e che non risparmia nemmeno la stessa Elisabeth: «Alla fine della conversazione mi dico, sei veramente una persona attenta, ti preoccupi per gli altri. Passano due secondi e penso, che squallore questo autocompiacimento per un’azione così elementare. E subito dopo, brava, ti tieni d’occhio, complimenti. C”è sempre un grande adulatore che ha l’ultima parola. […] Per un verso o per l’altro la virtù non regge

Istantanee in movimento. Come nel libro “The Americans” di Robert Frank con la cui immagine Yasmina Reza apre il romanzo e che è per sua stessa ammissione una dichiarazione di poetica: “in fondo più che una scrittrice mi considero una fotografa. Descrivo ciò che vedo, procedo per fermo immagine. Scelgo un’inquadratura, scatto. Solo il tempo di posa, forse, è più lungo.” Istantanee che dell’arte della fotografia conservano la suggestione, l‘apertura, l’immaginato e non detto, che con le inquadrature comunicano la solitudine: «non avere nessuno. I protagonisti di The Americans danno l’impressione di non avere nessuno. E’ ciò che li costituisce. Se ne stanno al margine di una strada, di una panchina, di una sala, in cerca di qualcosa che non troveranno […] non avere nessuno significa non avere nemmeno se stessi. Chi ti ama ti rilascia un attestato di esistenza (o di consistenza). Quando ci si sente soli non si può esistere senza una piccola fiaba sociale», la stessa dell’uomo Jean-Lino, dell’ormai assassino Jean-Lino: «la storia veniva scritta sopra le nostre teste. Non potevamo impedire ciò che stava accadendo. Quello appena passato era Jean-Lino Manoscrivi e al tempo stesso era qualunque altro uomo portato via. Mi sono ricordata del senso di appartenenza a un insieme oscuro che Jean-Lino provava nel cortile di aveneu Parmentier quando suo padre leggeva il salmo ad alta voce. Ho guardato il cielo e quelli che vi si trovavano. Poi sono risalita da sola dalle scale di servizio». Quel salmo che narra l’esilio sulle sponde di Babilonia, che aleggia su tutta l’opera e che nella congestione del moderno è separatezza dagli altri, da sé, dal proprio riflesso.

Valentina Nicole Savino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *