Proleterka di Fleur Jaeggy: un delicato ma spietato epos della solitudine

Le memorie e le relazioni di una bambina, poi donna, si fissano in impressioni e pensieri nel viaggio con il padre sulla nave Proleterka, emblema della sua stessa ricerca di senso.

Il romanzo Proleterka, dell’autrice Fleur Jaeggy (svizzera per nascita ma in Italia da quasi tutta la sua vita), scorre velocemente nel suo centinaio di pagine dalla prosa diretta, incisiva, caustica, eppure l’impressione che coglie il lettore a libro chiuso è destinata ad essere duratura: è quella di una lucida ferocia del testo che è insieme una dichiarazione di poetica condensante tutti i maggiori temi dell’autrice (come lo possono essere soltanto i romanzi brevi dei grandi autori, L’uomo del sottosuolo di Dostoevskij soltanto per fare un esempio), ed il richiamo a una condizione umana comune, filtrata dalla lente di una misurata tristezza.

La storia narra del viaggio che il padre decide di compiere con la figlia quasi sedicenne su una nave, la Proleterka (“Proletaria”, allusione simbolica alle loro vite di miseria da borghesi decaduti), prima della sua imminente morte, a cui si intrecciano i ricordi della ragazza susseguentesi in tanti flashback. Questi quattordici giorni sulla nave, culla e convergenza delle sue memorie, rappresentano l’unica possibilità di stabilire un rapporto, di conoscere l’altro polo della relazione, da sempre ostacolata dal divorzio dei genitori della ragazza, costellato dalla proibizione degli incontri tra padre e figlia e affidi legali sempre mutevoli. Quasi la totalità della famiglia sembra infatti manifestare un’anaffettività nei confronti della ragazza, di cui durante tutto il romanzo non viene nemmeno accennato il nome, a confermare il suo status di ombra nel mondo (persino alla morte del padre sarà chiamata dal pastore soltanto “Leidtragende”, ovvero “colei che porta dolore”): a partire dalla madre, che lei chiama soltanto “la moglie di Johannes”, capace di materializzarsi davanti alla figlia soltanto nelle vesti del vecchio pianoforte Steinway & Sons, dalla nonna chiamata semplicemente Orsola che instaura con lei un rapporto di mera autorevolezza: «Lei mi dà ordini. Eseguivo. Mi dà la buonanotte nel corridoio. Sale le scale, fino all’ultimo piano. La mia stanza è in basso. […] Mi domandavo quando mi avrebbe cacciata. Di giorno non lasciava trapelare nulla. Ero distante da lei, come lei lo era da me. In un certo senso un’ unione perfetta. […] Orsola mi tratta come una persona adulta. Alla pari. Obbedienza non significa subordinazione. Chiudo tutte le persiane. Non le apro al mattino. Un continuo chiudere. Chiudo le giornate. Chiudere è ordine. E’ una forma di distacco. Un’effimera preparazione alla morte. » e che la cacciò per davvero: «È per il mio bene. Una frase velenosa. Ma suona bene. […] Quando si è ostaggi del bene. Prigionieri del bene. Il bene del popolo. Frasi da regime. Esco dalla casa con una valigia e la cartella di scuola. Sono consegnata ad altri. Per il mio bene». Sino a questo padre, il cui unico indizio di interesse nei confronti della figlia è un asettico diario della sua infanzia in cui vi sono annotazioni sulle malattie e considerazioni sulla sua crescita “corretta”: «Nel diciottesimo mese Johannes annota che la figlia è andata a trovarlo in ospedale. Se vuole qualche informazione sulla sua esistenza nei primi anni, lei non ha che da sfogliare l’album. E’ una prova. E’ la conferma di un’esistenza. Laconico, Johannes segnava ciò che la figlia faceva, dove l’hanno portata, lo stato di salute. Frasi brevi, senza commento. Come risposte a un questionario. Non ci sono impressioni, sentimenti. La vita viene semplificata, quasi non ci fosse. Johannes annota: la figlia non ha mai pianto. Non ha avuto ribellioni, si comporta in modo corretto. Un’infanzia corretta. Tutto in superficie», ed infine anche le figure torve degli amici del padre sulla nave Proleterka non sono da meno, la scrutano infatti con un misto di disprezzo e compassione per il destino del padre di ricco borghese caduto in disgrazia.

Ed è così che “l’infanzia corretta” agli occhi del padre è in realtà l’epos di una solitudine cristallizzata sin dai primi anni di vita ed espressa magistralmente nel lungo toccante passaggio: «i bambini si disinteressano dei genitori quando vengono lasciati. Non sono sentimentali. Sono passionali e freddi. In un certo modo alcuni abbandonano gli affetti, i sentimenti come fossero cose. Con determinazione, senza tristezza. Diventano estranei. A volte nemici. Non sono più loro gli esseri abbandonati, ma sono loro che battono mentalmente in ritirata. E se ne vanno. Verso un mondo cupo, fantastico e miserabile. Eppure talvolta ostentano felicità. Come un esercizio di funamboli. I genitori non sono necessari. Poco è necessario. Alcuni bambini si governano da sé. Il cuore, cristallo incorruttibile. Imparano a fingere.» Una bambina che impara da sé le prime nozioni di bene e di male, quando per vendicarsi delle prese in giro subite a causa della bancarotta di suo padre da parte dei compagni di classe, ripaga con la stessa moneta un compagno a cui muore il padre: “ «Sì» ripete il bambino, come un automa. Un sì atono, spoglio. Il bambino gira lo sguardo altrove. Per non vedere più le parole. Non risponde più. In quel momento ho avvertito una ferita, uno spasmo doloroso. La percezione di che cosa sia fare del male. Infliggere deliberatamente il male. La cognizione del male. Il dolore senza parole del bambino mi illuminò. Gli prendo la mano. Una mano inerte, che accetta la mia. Tento di chiedere perdono, non riesco. La conoscenza è l’unico perdono, penso, che si possa raggiungere”, così come quando a sedici anni sulla nave Proleterka con il padre, si inizia alle esperienze sessuali con l’ufficiale ventottenne Nikola: di nuovo è sola ed assetata di esperienza: «Due parole mi accompagnano come un ritornello: «vivere» e «esperienza». Si immaginano parole per raccontare il mondo e per sostituirlo. Le due parole devono compiersi. […] Quanto tempo mi dà la Proleterka per l’esperienza? E’ lei che domina».

Il senso di estraneità tra padre e figlia non si risolverà nelle due settimane a bordo della nave, il funerale di Johannes scorrerà sotto gli occhi della figlia attenta che in un ultimo, estremo, tentativo di avvicinamento metterà un chiodo nella tasca del padre in modo che questo bruci con lui nella cremazione e, scherzo del destino, resisterà al fuoco. L’ultima beffa da parte della sorte sarà alla fine del romanzo la comparsa del vero padre della ragazza, che rivelerà la verità alla “figlia di Johannes” in un moto di egoismo, con la prepotenza di chi si arroga una paternità non vissuta. Vissuta invece è la solitudine della protagonista che rassomiglia a quella della nave che alla fine del viaggio, svuotata, rivela la sua vera apparenza di relitto impenetrabile. E chiuso è il cuore in una cristallizzata malinconia delle cose presenti come delle cose assenti. Un romanzo potente, crudo, reale, un’immagine che permanentemente si insinua nelle più recondite pieghe della  sensibilità di uomini e lettori, richiamandoli alla loro condizione precaria, al mito, all’Albatros misconosciuto che nella ballata di Coleridge viene ucciso, a questa forza e volontà del vivere che è la vera e sola resilienza, che tenace sempre si rialza e si apre alla speranza.

Valentina Nicole Savino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *