Ashoka: l’imperatore buddhista e i suoi Editti

Siamo tra nel 269 a.C., anno d’incoronazione di Ashoka della dinastia Mauria, il cui impero (capitale Pataliputra) si estendeva per gran parte del subcontinente indiano. L’imperatore si converte al buddhismo. Come regna un buddhista?

Subito dopo aver stabilizzato i confini del proprio regno, l’imperatore Ashoka si lascia infatti affascinare dalla filosofia buddhista e, anche se non è chiaro se la sua professione di fede è genuina e totale, pare proprio mettere all’opera i valori di questa filosofia e religione nata appena qualche secolo prima.

Rilevatore è già l’appellativo: “Il senza dolore“: un nome che richiama l’obbiettivo principale del buddhismo arcaico indiano e che ben si sposa con il personaggio storico che si fece promotore di questa religione in tutto il continente indiano.

Proselitismo buddhista durante il regno di Ashoka

Abbandonate le armi, infatti, l’imperatore regna con una condotta incredibilmente illuminata che cerca di mantenere la pace e la tolleranza tra tutte le varie fazioni e religioni all’interno dell’impero. Grazie alla sua opera, vengono eretti moltissimi Stupa (templi buddhisti) che rappresentano un inestimabile patrimonio artistico ancora oggi.

Gli artefatti che lo resero celebre e che ne tramandarono le gesta, però, sono i cosiddetti editti di Ashoka: colonne e rocce che recano inscritte le dichiarazioni del monarca, e che rappresentano i più antichi reperti scritte indiani mai decifrati. Si tratta di trentatrè iscrizioni a scopo probabilmente propagandistico sparse su pilastri che costellano tutto il subcontinente.

Posizioni degli Editti

Alcune di queste iscrizioni testimoniano appunto la fede del sovrano:
Sul pilastro numero I, per esempio, ecco esposto il concetto di ahimsa, ovvero non-violenza, che sconfina quasi nel vegetarianismo:
“Prima d’ora nelle cucine del re Piyadassi (“Colui che guarda con gentilezza ad ogni cosa”, Ashoka stesso) caro agli Dei venivano uccisi animali a centinaia di migliaia per i pasti quotidiani; ma ora, dacchè è stato iscritto questo Editto della Pietà (il damma: la legge buddhista), soltanto tre animali vengono uccisi per i pasti…
Di nuovo, sul pilastro V:
“I galli non devono essere trasformati in capponi, le stoppie che nascondono esseri viventi non devono essere bruciate e neanche le foreste devono essere bruciate senza ragione o per uccidere delle creature. Un animale non deve essere nutrito con un altro…”

Editto di Aśoka a Gujarra

Ancora riguardo alla non violenza, ma questa volta verso gli umani, Ashoka scrive:
“Questo editto della Pietà è stato scritto perchè i miei figli e nipoti non pensino di fare nuove conquiste; e in un’eventuale conquista preferiscano agire con mitezza e clemenza…” (Editto su roccia, XIII)

Impressionante, poi, per quanto autocelebrativo, è ciò di cui parla l’Editto su roccia II:
“Dappertutto nei domini del re Piyadassi caro agli Dei … il re ha promosso l’istituzione di due tipi di ospedali: ospedali per gli uomini e ospedali per animali…”

Riguardo alla tolleranza religiosa, in un paese così spiritualmente vivace, si nota un buonsenso che riaffiorerà raramente nella storia umana:
“Il re Piyadassi caro agli Dei rende onore a tutte le religioni, così a quelle di asceti come a quelle di laici, con liberalità e varie forme di ossequio… Si deve avere rispetto della religione altrui. Agendo in questo modo si esalta la propria religione e non si fa offesa alle altre; agendo diversamente si fa ingiuria alla propria religione e alle altre.” (Editto su roccia, XII)

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