Verso un trattamento degli animali più “umano”

Come faticoso è stato il percorso della psicanalisi nel riconoscere l’importanza nello sviluppo della psiche umana di un legame elementare come quello materno, altrettanto arduo è oggi far valere la pretesa di un trattamento più “umano” degli animali, nel rispetto dei loro bisogni primari.

Nel 1920 John Watson ammoniva: «non abbracciate o baciate mai i bambini, non lasciateli mai sedere sul vostro grembo. Se dovete, baciateli una volta sulla fronte, quando date loro la buonanotte. Alla mattina date loro una stretta di mano». E non era da meno la popolare rivista Infant Care, che individuava il segreto del crescere figli capaci e indipendenti nell’attenersi ad una rigida disciplina quotidiana e che ancora nel 1929 pubblicava un articolo che istruiva i genitori ad ignorare del tutto il pianto del neonato che desidera mangiare prima dell’orario stabilito. Soltanto negli anni ’50 e ’60 nacquero i primi studi sull’incidenza di un corretto sviluppo della sfera emozionale sulla crescita complessiva dell’individuo: ma se appena mezzo secolo fa era dovere degli studiosi apportare prove in favore di un dato che ci sembra oggi così incontrovertibile, possiamo forse dire che il percorso verso il riconoscimento delle stesse prerogative al mondo animale sia forse compiuto?

Alex Honneth nel suo libro “Lotta per il riconoscimento” riassume efficacemente l’iter compiuto dalla moderna psicanalisi: per Freud e i suoi allievi i partner nell’interazione con il bambino costituivano un mera occasione di investimento libidico derivante dal conflitto intrapsichico fra le istanze pulsionali inconsce e i meccanismi di controllo che vengono insediandosi nell’Io. Ma già con le ricerche empiriche di René Spitz questa posizione dovette modificarsi, dai suoi studi era infatti emerso come la perdita dell’attenzione materna comporti gravi disturbi comportamentali da parte del bambino cresciuto. Bolby accertò che il legame con la madre costituisce l’archetipo delle successive forme di legame emotivo, infine Stern descrisse il complesso processo nel quale sia madre che figlio acquisiscono la capacità di vivere sentimenti e sensazioni comuni. Winnicott, Benjamin, Lacan, Erikson, Kernberg e altri importanti psicanalisti teorizzarono poi modalità e conseguenze del delicato processo con cui un neonato principia la sua differenziazione e individualizzazione rispetto al polo rappresentato dalla madre, ma quel che conta è che tutti furono ormai concordi nell’attribuire alla madre il ruolo di un’imprescindibile alterità in quella intersoggettività primaria che si va costituendosi necessariamente e che è gravida di conseguenze per l’avvenire del bambino.

Questi risultati si ottennero anche, e forse soprattutto, agli studi compiuti sui grandi primati: Morris Eagle nel suo libro “La psicoanalisi contemporanea” illustra gli studi sperimentali in campo etnologico che fornirono la dimostrazione che il legame tra piccoli delle scimmie e madri adottive non deriva dal soddisfacimento delle pulsioni, ma è prodotto dall’esperienza “del piacere del contatto”, e quasi superfluo è parlare dei terribili resoconti che ci offre Peter Singer nel suo libro-manifesto “Liberazione Animale”, come quello sugli studi del professor Harry F. Harlow. Harlow in un articolo del 1965 descrive così il suo lavoro ed i risultati ottenuti: «Nel corso degli ultimi dieci anni abbiamo studiato gli effetti di un parziale isolamento sociale allevando sin dalla nascita delle scimmie in spoglie gabbie di filo metallico. […] Queste scimmie subiscono una totale privazione materna. […] Più recentemente abbiamo iniziato una serie di studi sugli effetti di un completo isolamento sociale crescendo delle scimmie da poche ore dopo la nascita fino a 3,6 o 12 mesi di età in una camera di acciaio inossidabile. Durante il prescritto periodo di detenzione in questo dispositivo, la scimmia non ha contatti con nessun animale, umano o subumano. […] un isolamento precoce sufficientemente rigoroso e duraturo riduce questi animali a un livello socio-emotivo in cui la forma primaria di risposta sociale è la paura.» E ancora in un altro articolo Harlow e l’assistente Suomi illustrano come ebbero ” l’affascinante idea” di indurre la depressione «facendo sì che i piccoli di scimmia si attaccassero a surrogati materni di stoffa che potevano diventare mostri»: ” […] Il terzo mostro che costruimmo aveva all’interno del corpo un’armatura di filo metallico che scattava in avanti scagliando via la scimmietta dalla superficie ventrale. Il piccolo allora si risollevava da terra, aspettava che l’armatura rientrasse nel corpo di stoffa, e poi si riattaccava al surrogato. Infine, costruimmo la nostra madre porcospino. A comando, questa madre emetteva affilati aculei d’ottone da tutta la superficie ventrale del suo corpo. Benché angosciati da queste acuminate ripulse, i piccoli si limitavano ad aspettare che gli aculei rientrassero e poi tornavano ad avvinghiarsi alla madre.” Gli studi di Harlow sono solo alcuni tra tanti altri che si diffusero negli Stati Uniti, come quello singolare condotto da John Capitanio che si occupò di confrontare il comportamento sociale di scimmie rhesus “allevate” da un cane con quello di scimmie rhesus “allevate” da un cavallo a dondolo di plastica, traendone la conclusione che sebbene i membri di entrambi i gruppi fossero chiaramente anormali quanto alla sfera delle loro interazioni sociali, le scimmie allevate con il cane si adattavano meglio di quelle cresciute col giocattolo di plastica.

Oggi, grazie alle numerose ricerche e libri sulle capacità cognitive, linguistiche ed emozionali dei primati e di altri intelligenti animali (il pappagallo Alex soltanto per fare un esempio), soltanto un bruto non troverebbe ignominioso questo tipo di ricerche e non accorderebbe, oltre che ai cuccioli umani anche a quelli animali, il riconoscimento dell’importanza di un legame tanto elementare come quello materno. Eppure, a causa di un latente scetticismo e di un manifesto menefreghismo, si è ancora restii a riconoscere agli animali dei nostri allevamenti industriali questo stesso bisogno, il riconoscimento del quale si porterebbe con sé come un’onda d’urto quello degli altri bisogni elementari. Nella moderna industria alimentare (o almeno in buona parte di essa) sembra infatti che gli animali vengano trattati a stregua di pietre che non necessitano né del contatto con la madre, né di socialità con i propri simili, né di movimento o soddisfacimento delle proprie curiosità ed impulsi, in una cieca visione antropocentrica dimentica del fatto che, come bene esprime lo scrittore Yuval Noah Harari nel suo libro “Homo deus”: «anche se non sono più strumentali per la sopravvivenza e la riproduzione, questi istinti, spinte, emozioni, continuano a modellare le esperienze soggettive dell’animale. ». Esattamente come gli esseri umani non hanno smesso di avere sensazioni, emozioni e desideri soltanto perché hanno l’Esselunga sotto casa, sebbene abbiano sviluppato le loro ormai complesse capacità cognitive e di socializzazione a partire da elementari problemi di sopravvivenza della specie. Tutto ciò che rimane è un auspicio per il futuro: l’auspicio che, come lo studio della psicologia umana da rudimentale e retrograda è andata raffinandosi anno dopo anno, smascherando le nozioni nocive alla salute mentale degli uomini, così possa anche la sensibilità di chi si interessa a queste problematiche iniziare a smuovere le coscienze, accrescendo la consapevolezza e il senso di responsabilità di una specie animale il cui raziocinio non va di pari passo con la saggezza del suo uso, e che sempre dovrebbe tentare di migliorare il futuro rimanendo memore del proprio passato.

Valentina Nicole Savino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *