Quando il discriminato discrimina: come nasce uno stereotipo?

Essere discriminato, per quanto sembri incredibile, non impedisce di discriminare chi é diverso. Tutti sono infatti soggetti agli stereotipi e occorre sapere da dove nascono.

Un importante attivista per i diritti LGBT, per anni figura molto rappresentativa di un’associazione milanese per i diritti civili, ha di recente esternato in un post di Facebook la propria intolleranza verso la minoranza delle persone sovrappeso e obese.

Il post, che secondo l’autore era uno scherzo malriuscito ed é stato prontamente cancellato dopo le polemiche, é uno spiacevole esempio di fatshaming e bullismo. Sembra paradossale che il componente di una minoranza discriminata, impegnato quotidianamente a contrastare gli stereotipi di genere e l’omo-bi-transfobia, rovesci il pregiudizio addosso ad un’altra minoranza in maniera così feroce.

Il post “incriminato”

Come mai una persona che conosce ed é stata a sua volta vittima dei meccanismi discriminatori dell’insulto, del pregiudizio e della targetizzazione pratica cyberbullismo nei confronti di un altro diversamente discriminato? La risposta sta nell’origine dello stereotipo e del pregiudizio, a cui purtroppo nessuno é immune.

Il pregiudizio é un atteggiamento di rifiuto e ostilità verso un individuo a causa della sua appartenenza a un determinato gruppo ed é un fenomeno che a sua volta nasce, si alimenta e si sviluppa all’interno di un gruppo di riferimento.

Con gruppo in psicologia si intende un’entità composta da più individui, diversa da una semplice somma delle sue parti e che possiede varie caratteristiche. Queste sono delle relazioni tra i suoi componenti, che condividono la consapevolezza di fare parte del gruppo, delle emozioni associate all’appartenenza ad esso ed un destino comune, nonché il riconoscimento esterno del gruppo da parte di almeno una persona e delle regole, anche implicite, proprie.

Chi, nolente o volente, fa parte di un gruppo si trova dunque ad essere allo stesso tempo protetto e discriminato. Non é infatti il gruppo a costituire la radice del problema, ma i biases ad esso collegati, ovvero le distorsioni cognitive nell’elaborazione delle informazioni che arrivano dall’esterno. Un bias é ad esempio quello che si attiva nella mente quando si vede una persona obesa e automaticamente la si percepisce anche come pigra e stupida. I biases sono basati sugli stereotipi, opinioni precostituite e modelli di rappresentazione fissati e non modificabili, attraverso cui viene “categorizzato” ogni gruppo discriminato.

Il pregiudizio dunque può essere anche definito letteralmente come un giudizio espresso prima di un’adeguata conoscenza dei fatti o come l’accettazione passiva di alcune credenze correnti; avere un pregiudizio radicato equivale a guardare la realtà attraverso delle lenti colorate che distorcono le immagini, solitamente in maniera negativa.

Componenti fondamentali del pregiudizio, come é stato empiricamente dimostrato, sono un’emozione associata ad esso (nel caso degli obesi il disgusto), di cui non si é sempre consapevoli e un conseguente comportamento nei confronti del discriminato.

Una vignetta di Silvia Baroni sui pregiudizi

Molto importante nella formazione del pregiudizio nei confronti di un discriminato é il concetto di priming. In psicologia cognitiva, con priming si intende uno stimolo sensoriale (verbale, uditivo, visivo) al quale si è stati esposti in passato, che influenza la percezione delle successive esposizioni allo stesso stimolo in futuro. Si tratta, in sostanza, del processo che fa attivare determinati schemi mentali prima di svolgere un’attività, influenzando il comportamento sociale.

Secondo la cosiddetta euristica del riconoscimento, ogni notizia viene memorizzata all’interno di schemi mentali costruiti nel tempo. Le novità vengono ricondotte e collegate alla prima informazione acquisita, il cui schema di lettura viene richiamato quando si interpreta la nuova esperienza. Un comportamento o una percezione che sembrano prodotti in maniera cosciente e autonoma, in realtà possono essere la risposta automatica alla memoria implicita.

Tutti sono quindi perennemente esposti ai pregiudizi, ma l’intersezionalità e l’empatia permettono di rompere le categorizzazioni, lasciando emergere l’individuo sotto lo stereotipo.

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