Il tarantismo: un’antropologia tutta italiana.

“La terra del Rimorso”, di Ernesto De Martino: il più illustre degli antropologi culturali del Belpaese, contiene l’etnografia di un fenomeno tipico del vecchio Sud Italia: il tarantismo.

Nel secondo dopoguerra la cultura italiana cominciò ad interessarsi all’etnologia, e lo stesso stivale non mancava certo di contesti culturali isolati, apparentemente ancestrali e dal gusto assolutamente rustico. In particolare la ricerca di De Martino si focalizza su alcune regioni del sud Italia. E’ in questi luoghi che lo studioso nota un fenomeno che diventerà esemplare per la scuola antropologica italiana e non solo: il tarantismo o tarantolismo.

Si tratta di una pratica tradizionale molto antica e di tipo rituale nella quale la musica, il ballo e i colori venivano usati per “curare” una o più persone affette da un malessere causato da un mitologico e fantomatico morso di “taranta” (vernacolare per tarantola, ma che può significare qualsiasi animale dal morso velenoso).
Le persone “tarantate“, una volta all’anno, durante l’estate, presentavano sintomi curiosi. Sintomi, in effetti, che sono difficilmente riconducibili al veleno di qualche animale locale e che vanno dalla depressione ai dolori addominali, dal delirio alla catatonia. De Martino rivela che la stragrande maggioranza parte delle persone colpite dalla misteriosa malattia erano donne; donne spesso vedove, zitelle, oppure giovani pazzamente innamorate o anche mogli in matrimoni infelici. In altre parole pare che le tarantolate esprimessero un dolore interiore invece che un vero e proprio malore fisico, men che meno un morso.

La fotografia può portarci indietro solo fino ad un certo punto. Il tarantismo in realtà risale a molti secoli fa.

Una volta che la comunità aveva diagnosticato la paziente, ad ogni modo, venivano chiamati esperti musicisti che, una volta arrivati in loco, avrebbero iniziato a suonare una musica martellante e ridondante. Lo scopo dichiarato pareva essere quello di trovare il giusto ritmo che avrebbe “svegliato il ragno” e lo avrebbe fatto “ballare”, secondo la credenza che la taranta avrebbe infuso la propria sensibilità alle vibrazioni nella vittima.
Con la musica e la danza, i musici parevano far emergere ed elaborare i profondi e irrisolti problemi della tarantata (in modo simile ad una seduta psicanalitica). Sebbene il significato del “morso” fosse unico e personale per ogni paziente, di cui rispecchiava le sofferenze, le varie “tarante” avevano vere e proprie personalità e perfino dei nomi che definivano il tipo di ritmo che preferivano. Esistevano tarante lussuriose che esigevano una danza sensuale, ragni aggressivi che esigevano ballerini armati e ragni malinconici che preferivano una lugubre marcia funebre.

Con la mitologica taranta, la tarantata iniziava a ballare e a cantare a tempo di musica e in questo modo il ragno risvegliato andava incontro alla propria metaforica morte che avrebbe liberato la povera donna dalla malattia. Una volta morta, si credeva che la taranta potesse passare il compito alla propria progenie e così la tarantolata avrebbe continuato a soccombergli ogni anno (la tarda primavera era il periodo prediletto per la ripetizione di questi rituali) a volte per moltissimo tempo.

La tarantata guarisce.

Tutto ciò può sembrare una terapia assurda per una patologia ancora più assurda; quale tipo di psicopatia si manifesta più o meno una volta l’anno e in che modo una semplice musica, eseguita sulla base di superstizione potrebbe curarla? Invece la terapia funzionava. Pare proprio che il tarantismo sia uno strumento culturale grazie al quale i dispiaceri, la depressione e la tristezza di molte donne potevano essere veicolate ed espresse tramite una modalità nota a tutta la comunità ed infine risolte in un rituale che portava alla catarsi e alla serenità la sofferente.

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