Malattia mentale e stereotipi: riflessioni su come parlare di uno stigma

La malattia mentale crea sofferenza e problemi nel quotidiano di molte persone, ma, a differenza della malattia fisica, spesso non viene considerata un disturbo reale, né qualcosa di invalidante.

Il simpatico video di Attn “Come sarebbe se parlassimo della salute fisica come parliamo di quella mentale” mostra in modo paradossale il contraddittorio stigma che circonda la malattia mentale. Il protagonista del video, infatti, nonostante stia visibilmente soffrendo, sanguinando o abbia difficoltà a muoversi, viene apostrofato da chi lo circonda con insofferenza: “Perché non provi a non stare male?”, “Hai davvero bisogno di quei farmaci?”

Il video sottolinea l’assurdità del modo in cui si parla di questo tipo di patologie: soltanto perché non è immediatamente visibile, si pensa infatti che la malattia mentale, a differenza di quella fisica, non esista e non sia dolorosa. Il video mette bene in luce due fenomeni legati alla salute mentale: la colpevolizzazione del malato e lo shaming nei confronti di chi ricorre a trattamenti medici e psicologici. Chi soffre di queste patologie semplicemente non si impegnerebbe abbastanza a non soccombere ad esse. La guarigione sembra dunque qualcosa di scontato e poco impegnativo e non dovrebbe richiedere nessun aiuto da parte di esperti e terapisti.

I disturbi mentali invece non dipendono dalla volontà del malato, né sono un suo capriccio o una sua debolezza. Nonostante alcuni recenti miglioramenti, i media contribuiscono ad alimentare questo stereotipo: é avvenuto ad esempio con il film Netflix “To the bone”, che ha rafforzato gli stereotipi sui disturbi alimentari.

Una scena del video di Attn

Chi soffre di disturbi mentali, quando viene creduto, può inoltre essere visto come qualcuno da evitare perché imbarazzante, pericoloso e incapace di intendere e di volere. La psicosi, dato che colpisce qualcosa di molto misterioso come la mente, spaventa.

Non é raro dunque che i malati mentali non cerchino immediatamente aiuto o che tendano a nascondere a chi li circonda il proprio malessere: fare coming out come persona con disturbi mentali é tuttora molto stigmatizzato. Riconoscere un disturbo é difficile se non si hanno gli strumenti per individuarlo, ma anche quando si avverte il dubbio, difficilmente le persone malate arrivano ad una diagnosi medica.

Rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psichiatra é visto infatti come una forma di debolezza e qualcosa di cui vergognarsi; come risultato, tuttora quello della malattia mentale rimane un mondo sommerso. Ogni anno, sempre più persone con disturbi mentali, trincerandosi dietro isolamento e silenzio, tentano il suicidio o finiscono per affrontare il proprio problema solo in casi estremi, quando la patologia é in stato avanzato.

Occorre dunque rompere questo tabù e iniziare a parlare di come sia la malattia mentale e come affrontarla, attraverso campagne di comunicazione anche ironiche o positive. Troppo spesso infatti le rare campagne che informano su questa realtà finiscono per respingere ulteriormente non solo il target “sano” ma anche quello “malato”, poiché cercano di far leva sul pietismo e su una divisione manichea tra “sani di mente” e “malati”.

Negli Stati Uniti ha iniziato a prendere piede un nuovo modo di comunicare. Per la campagna informativa dello scorso maggio, dichiarato Mental Health Awareness Month, la Mental Health Association of America ha commissionato alla fumettista Gemma Correll un lavoro molto interessante.

Un’illustrazione di Gemma Correll per il Mental Health Awareness Month

La giovane fumettista, che non ha mai nascosto i propri problemi di ansia e depressione, ha rappresentato con il caratteristico tratto morbido e spiritoso il modo in cui molte persone hanno definito la propria malattia mentale. Mettendo su carta le similitudini e rendendole visibili, Correll cerca di offrire un ritratto concreto del dramma che si consuma nella psiche di una persona malata e di come il disturbo influisca sul quotidiano. “Non siete soli, ci stiamo passando anche noi” sembrano dire i disegni “l’unica soluzione é parlare”.

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