Storia, pomidoro e TV: cultura del cibo, il piatto come specchio per riconoscere la nostra natura

Se è vero che non viviamo per mangiare ma mangiamo per vivere e che siamo ciò che mangiamo, allora forse è vero che parlare del cibo ci piace ancor più che mangiare. Perché è materia prima di costruzione dell’Io?

Un tempo il mestiere del cuoco, come tutti i mestieri della ristorazione, era poco considerato. Alcuni grandi chef facevano eccezione ma, in sostanza, lavorare nella ristorazione non era cool. Ora invece, con l’esplosione di programmi come MasterChef, Hell’s Kitchen, Top Chef nonché programmi più divulgativi quali il popolare show di Benedetta Parodi, si sperava nella diffusione di una buona cultura culinaria e nutrizionale.

Ovviamente, non è propriamente successo questo: chi sapeva già cucinare o aveva già una buona cultura di base non è per forza migliorato e chi non sapeva niente al massimo ha imparato un paio di ricette, ma non ha sempre imparato a conoscere l’origine dei prodotti o come riconoscerne la qualità.

Bruno Barbieri, Carlo Cracco, Joe Bastianich e Antonio Cannavacciuolo, giudici di MasterChef

Nonostante ciò, per quelli che nutrono una sincera curiosità verso il cibo e la sua origine, il panorama letterario offre alcuni piccoli gioielli.
L’opera di Stewart Lee Allen “Nel giardino del diavolo” ripercorre la storia di cibi proibiti. In questo delizioso volume Allen sviluppa sette menù, ognuno dedicato a un peccato capitale e analizza le vicissitudini di alcuni degli ingredienti di tali menù i quali, nell’arco della storia, si sono ritrovati ad avere una cattiva nomea. Uno dei cibi proibiti fu il pomodoro, originariamente chiamato poma amoris (pomo dell’amore), considerato afrodisiaco per il suo colore e la sua consistenza. Un altro cibo disprezzato nella storia, in questo caso dagli inglesi, fu il tubero dell’indolenza: la patata che fornendo sostentamento ai contadini irlandesi senza troppi sforzi nei campi, dava loro il tempo necessario per “riflettere su come fossero diventati schiavi nel loro stesso Paese” alla mercé dei latifondisti inglesi. “Nel giardino del diavolo” ci dà l’occasione di scoprire storie divertenti e interessanti sia su cibi particolari sia su cibi comuni che ognuno di noi può trovare nel proprio frigorifero ogni giorno.

 

“I Mangiatori di Patate”, Vincent Van Gogh

E ancora, nel caso ci si volesse lanciare nell’ambito della trasgressione, si può sempre consultare lo splendido “Ricette Immorali” di Manuel Vàzquez Montalbàn che, ispirandosi a diversi tipi femminili, arriva a proporre una ricetta faraonica come il guanciale della Belle Aurore richiedente almeno un giorno e mezzo di preparazione

Locandina del film “La Grande Abbuffata”, Marco Ferreri, 1973

Se poi c’è qualche appassionato di storia che vuole sapere perché in diversi luoghi e diverse famiglie esistano diversi orari considerati consoni a consumare i pasti, lo storico medievalista Alessandro Barbero può essere d’aiuto. Di recente, infatti, il professor Barbero ha pubblicato un breve saggio dal titolo “A che ora si mangia?” Approssimazioni storico-linguistiche all’orario dei pasti (secoli XVIII-XXI), nel quale viene descritto con estrema chiarezza come non solo ciò che si mangia ma anche a quale orario si mangia distingue le classi sociali. E chi vuole sembrare più raffinato può adeguarsi, con grande confusione dei linguisti che devono conoscere le abitudini dell’epoca alla quale si riferiscono per sapere se una colazione è veramente una colazione e non un pranzo, e così via.

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