“The Time is Out of Joint” – L’allestimento che nei fatti non funziona

“The time is out of joint!” – Il tempo è fuori dai cardini, denunciava Amleto al mondo e a sé stesso, dopo aver parlato col fantasma di suo padre. E la citazione letterale di questo verso shakespeariano, in lingua originale, diventa il titolo del nuovo allestimento della collezione permanente messo in scena alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Il progetto di riallestimento ha preso avvio subito dopo la nomina della nuova direttrice Cristina Collu (a seguito della selezione internazionale operata dal ministro Franceschini nel 2015) ed è da lei stessa firmato, in collaborazione con il curatore Saretto Cincinelli e il collegio tecnico scientifico della Galleria.

Immagine dell’allestimento (fonte)

L’intento principale è stato visibilmente quello di operare una vera e propria rivoluzione, a partire dal nome stesso del museo, che è adesso conosciuto semplicemente come La Galleria Nazionale.

Un museo che racchiude nelle sue sale e nei suoi depositi la più importante ed estesa collezione statale d’arte moderna e contemporanea è un campo ideale per sperimentare virtualmente qualsiasi idea espositiva ed innovativa legata alla museologia del contemporaneo. L’ultima modifica sostanziale risaliva alla fine del 2011. Fino al 2015 l’impianto dell’esposizione è stato quindi essenzialmente cronologico, impostando per ogni sala del monumentale edificio di inizio ‘900, nuclei di opere rappresentative di movimenti o di singoli artisti. Il percorso unidirezionale – ma non soffocante né obbligato rigorosamente – permetteva così, attraversando le sale luminose e alle volte con scelte decise di colore per le pareti (blu per i Futuristi, un rosso spento per Giacomo Balla) – di cogliere l’evoluzione dell’arte, nei suoi soggetti, metodi, materiali, attraverso macro-temi trasversali per nazionalità, e poi di ogni artista all’interno della propria carriera.

L’attuale allestimento, presentato comunque come un evento temporaneo (“The time is out of joint” presenta date di inizio e fine come qualsiasi mostra, dall’11 ottobre 2016 al 15 aprile 2018) ha completamente cancellato tutto quello che la Galleria era prima.

Immagine dell’allestimento (fonte)

L’idea teorica alla base della nuova esposizione potrebbe risultare anche interessante, riassunta nelle parole della Collu:

“Questa mostra intreccia nuove simultanee relazioni nello spazio simbolico del museo. Relazioni che non rispondono alle ortodosse e codificate leggi della cronologia e della storia (dell’arte) ma si muovono assolute e svincolate in una sorta di anarchia che […] non ha nulla a che vedere con il disordine ma si appella a qualcosa d’altro, che viene prima delle regole. E con un vero e  proprio montaggio, con la parzialità che ogni scelta e ogni selezione porta con sé, fa precipitare il tempo storico cronologico, anacronizza passato, presente e futuro, ricostruisce e fa decantare un altro tempo, mentre mette in evidenza intervalli e durate, riprese e contrattempi. Un tempo pieno di faglie, fratture, vuoti, scarti e scatti, che suggerisce molte combinazioni […] Ci muoviamo nello spazio attraversando le sale e le opere, dove le immagini sono fisse, in relazione simultanea tra loro, come se fossero prequel e sequel insieme […].”

Ma occorre analizzare criticamente il frutto di un progetto così ben scritto sulla carta per capire che le cose non funzionano come  dovrebbero.

Le ben 55 sale della Galleria, distribuite nelle quattro ale del Palazzo, sono diventate uniformemente bianche, come nella radicata tradizione contemporanea del white cube da riempire di opere e di senso. Respinto come da programma qualsiasi ordine cronologico o geografico, in nome di un presunto flusso di memoria e di nessi che dovrebbero crearsi dinanzi agli occhi del visitatore, in uno spazio che “ci assomiglia di più di quanto faccia un libro di storia dell’arte” (sempre parole della Collu). Non c’è un percorso da seguire, perché il visitatore deve essere libero di godere di un museo aperto verso le proprie esigenze, deve abbandonarsi alle suggestioni. Nessuna indicazione, nessun pannello esplicativo.

Parte delle opere prima esposte sono finite nei depositi, e le restanti sono dunque accostate nelle sale secondo logiche che spesso sono formali e quindi banali e ovvie, oppure criptiche e chiare solo ai curatori e a chi ha un minimo di sensibilità per l’analisi iconologica o semiotica delle opere e la loro comparazione. Ma anche per questi ultimi poco a poco la mancanza di linee guida si trasforma in perdita del senso di orientamento, confusione, disappunto e fastidio durante la visita.

Immagine dell’allestimento (fonte)

L’uniformità degli spazi, la piattezza del reiterarsi di opere di periodi storici e artisti i più lontani e disparati, affiancate in collegamenti che si presume efficaci, rende a lungo andare faticoso godere dell’arte stessa, e di un museo che pure ci offre capolavori di artisti come Canova, Klimt, Pellizza da Volpedo, Boccioni, Balla, De Chirico, Guttuso, Pascali, Burri, Fontana, Arturo Martini e via discorrendo. Alle volte si nota una ricerca di spettacolarità più che di senso autentico.

Ciò che si è totalmente perso è l’identità di una collezione e di un luogo che prima era molto caratterizzato e che adesso invece somiglia a decine e decine di altri musei in tutto il mondo, in cui soprattutto l’unico scopo della visita sembra essere andare a vedere capolavori presi in sé stessi e slegati dal resto.

L’apertura dell’Istituzione al pubblico così decantata sembra non fare altro che eliminare ogni barriera tra l’opera e lo spettatore (azzerando qualsiasi aura e – spesso – rispetto per l’opera stessa). Persino, pare offrire in pasto alle macchine fotografiche e ai selfie dei visitatori i grandi capolavori del museo, nella maggior parte dei casi non più valorizzati dall’esposizione come accadeva prima. Anzi è triste provare la sensazione che nulla sia davvero valorizzato in un allestimento, nessuna opera trovi il giusto modo di esprimere la propria potenza intrinseca, mentre subentra la volontà di uscire quanto prima da un dedalo privo di senso per terminare una visita che non ti sta arricchendo assolutamente. La sensazione finale è quella di un impoverimento rispetto al passato, nell’offerta e nell’esperienza stessa del luogo, che adesso sembra non significare nulla.

Immagine dell’allestimento (fonte)

Ed è questa la pecca più grave per chi scrive: un museo che è Nazionale dovrebbe avere tra i suoi primi compiti quello di essere un luogo di formazione e apprendimento. In questa ottica infastidisce molto il voler sottolineare continuamente che il nuovo Museo abolisce la cronologia, il nuovo Museo non è un libro di storia dell’arte. Come se i percorsi dei libri e le linee cronologiche avessero in sè qualcosa di negativo. Anzi, proprio perché ormai tutto questo è percepito come negativo nel mondo circostante, il ruolo del Museo dovrebbe essere quello di dare nuova forza e vitalità all’arte stessa, portando con sè con metodo e pazienza i visitatori verso un apprendimento virtuoso. Non occorre rinnegare il passato, la tradizione e l’identità per essere contemporanei davvero.

Il grande Salone delle Colonne è metafora finale e complessiva dell’operazione: il grande spazio che accoglie i visitatori appena dopo l’ingresso nel Palazzo ospitava prima un’opera di grande potenza, il pavimento specchiante e frantumato di Alfredo Pirri, su cui era collocato un bozzetto scultoreo di Canova del 1806. Un accostamento forte, una sala che forniva un primo impatto col museo indimenticabile, e ne segnava fin da subito nella memoria la sua unicità. Ebbene varcando adesso l’ingresso della Galleria Nazionale, si incontra il Salone trasformato in area social con divanetti, sgabellini e snack bar. Cosa si offre così di diverso ad un visitatore? Lo si rassicura, lo si fa rimanere nel suo mondo slegato dal mondo, lo si invita a scattarsi un foto e taggarla su instagram. E poi via, a perdersi in ambienti da cui, nella maggior parte dei casi non trarrà nessun vero messaggio.

Cosa ne sarà della Galleria Nazionale alla fine del progetto, dopo il 15 aprile 2018, per adesso non è dato saperlo.

Ma, ultima riflessione. Il distico di Shakespeare nel titolo dell’esposizione è lasciato incompleto.

“Il tempo è fuori dai cardini. Maledetto destino / Che io sia nato per rimetterlo in sesto!”

Ecco il peso che Amleto sentiva sulle sue spalle. Se il tempo è fuori dai cardini occorre qualcuno che lo rimetta in sesto, lo riporti all’ordine. Non va bene fermarsi a rispecchiarne semplicemente la condizione di disordine, anarchia, turbamento.

 

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