Un processo ingiusto: le Pussy Riot, dalle preghiere punk al carcere

Il processo ingiusto che segue la performance del 21 febbraio 2012 nella Basilica di Cristo Salvatore – come narrato nel documentario “Pussy Riot: A punk prayer” – avviene a seguito delle indagini dei reparti della polizia antiterrorismo russa, che arresta tre giovani componenti del collettivo.

Si tratta della studentessa di giornalismo Marija Alechina, della studentessa di filosofia Nadezda Tolokonnikova e della programmatrice informatica Ekaterina Samucevic, conosciute rispettivamente come Masha, Nadya e Katya. Le ragazze, poco più che ventenni all’epoca dei fatti, condividono un passato di attivismo politico attraverso associazioni come Greenpeace e il gruppo di street art Voina; Masha e Nadya sono inoltre le giovanissime madri di due bambini di quattro e tre anni.

Trattenute con l’accusa di teppismo, durante gli interrogatori, le donne non riveleranno mai i nomi delle altre componenti del collettivo e verranno sottoposte a tre mesi di detenzione prima che venga depositato un atto formale d’accusa contro di loro, composto da migliaia di pagine. Le donne organizzano uno sciopero della fame per protestare con la detenzione ingiusta, sciopero che ripetono quando il 4 luglio vengono avvertite improvvisamente che dovranno concludere e presentare le proprie memorie difensive per il processo cinque giorni dopo. Le attiviste infatti non ritengono che ci sia tempo sufficiente per elaborare una difesa adeguata, ma si tratta soltanto di una delle prime azioni illecite della giustizia russa contro di loro. Il 21 luglio infatti la loro carcerazione preventiva viene prolungata di sei mesi.

Il 30 luglio 2012 inizia a Mosca il processo contro le tre attiviste, accusate di “teppismo premeditato realizzato da un gruppo organizzato di persone motivate da odio o ostilità verso la religione o un gruppo sociale”. L’imputazione, che sottintende una minaccia alla confessione ortodossa, espone le donne a una condanna fino a sette anni e desidera screditare le Pussy Riot agli occhi della popolazione, mostrandole come blasfeme e irrispettose.

Dopo una breve pausa il processo riprende il 17 agosto 2012, quando, dopo la lettura del lunghissimo dispositivo della sentenza, verrà pronunciato il verdetto definitivo, che condannerà le donne a due anni di carcere, negando ogni connotazione politica alla pena. Gli avvocati difensori, per scongiurare il rischio che le autorità russe diano in adozione i figli di Masha e Nadya, chiedono per sé la custodia legale dei bambini.

In attesa del verdetto, si radunano in quella data nei pressi del Tribunale di Mosca centinaia di cittadini, che protestano contro l’ingiustizia della pena e del processo. Vengono attaccati da decine di agenti della polizia in assetto antisommossa, che arrestano e poi rilasciano un centinaio di manifestanti.

Il 10 ottobre 2012 viene rilasciata su cauzione Katya, perché arrestata prima di poter prendere parte alla performance. Poco più tardi la donna presenterà un reclamo alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo perché durante la custodia cautelare sarebbero stati violati i suoi diritti basilari.

Masha e Nadya invece scontano i due anni: la prima viene destinata al campo di lavoro 28 nella città di Berezniki, nei dintorni dei monti Urali, mentre la seconda al campo 14 di Partsa, Mordovia. La difesa prova a chiedere una sospensione della pena fino ai 14 anni dei figli delle condannate, ma nel luglio 2013 questa viene negata ad entrambe e Masha viene spostata nel campo 2 di Niznij Novgorod, dove sconterà il resto della pena. Le condizioni nei campi di lavoro sono durissime per entrambe, tanto che nel settembre 2013 Nadya inizia uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni disumane della prigionia.

Come dichiara in una lettera pubblicata sul blog delle Pussy Riot, la donna rivela di essere stata costretta a lavorare con le altre detenute in fabbrica per 17 ore al giorno e di aver ricevuto minacce di morte anche dal vicedirettore della colonia penale. A fine ottobre 2013, dopo essere stata ricoverata in ospedale per tre settimane, Nadya ottiene il trasferimento, ma dopo due settimane non viene ancora comunicato dove si trovi il nuovo carcere.

Solo il 5 novembre 2013 verrà pubblicamente rivelato che la meta è il campo 50 di Nižnij Ingaš, in Siberia centrale. Il pretesto utilizzato dall’amministrazione carceraria è quello di favorire il processo di risocializzazione della detenuta riportandola nella sua terra d’origine. Nadya proviene infatti dalla Siberia settentrionale, dove ha mantenuto la residenza. Date le condizioni precarie di salute della prigioniera, viene però trasferita in via provvisoria nell’ospedale carcerario della capitale siberiana.

Nonostante la contrarietà di Putin, le due donne vengono liberate circa due mesi e mezzo prima della fine della sentenza, il 19 dicembre 2013, in occasione dell’amnistia concessa a 25000 detenuti nella nazione per i 20 anni della Costituzione russa. Il 27 dicembre 2013, Masha e Nadya hanno dichiarato, durante la loro prima conferenza stampa a Mosca, che avrebbero intrapreso un progetto per difendere i diritti dei detenuti nelle carceri russe. Dichiarano inoltre che non hanno perso la determinazione di combattere contro il governo russo, da loro denunciato per l’ingiusto processo nell’estate 2014 alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

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