Tutela dell’ambiente: un percorso in costruzione

Io sono me più il mio ambiente e se non preservo quest’ultimo non preservo me stesso.
(José Ortega y Gasset)

Luogo comune è quello secondo cui i Millennials, la generazione ipertecnologica per definizione, sarebbero lontani da un rapporto consapevole con la Natura, ma quanto di questa credenza può essere ritenuto veritiero?

Quando si pensa al rapporto che la nostra generazione intrattiene con l’ambiente e la Natura nella sua accezione comune, accenti nostalgici sembrano levarsi da alcuni critici: gli echi di un rapporto con Madre Terra perduto in una landa indecifrabile di bit risuonano sconsolati nelle penne di questi eruditi, ma tutto sommato quanto siamo vicini e quanto lontani da una relazione responsabile con il nostro pianeta?

Antropocene” è il termine coniato dal biologo Stoermer, adottato poi dal premio nobel per la chimica Crutzen negli anni 2000, che ci situerebbe in una nuova era geologica, successiva all’Olocene, in cui l’uomo si presenta come la principale causa delle modificazione ambientali del nostro pianeta: considerazione che non ci è difficile accettare intuitivamente nel mondo globale in cui ci muoviamo, apprestato dalle generazioni precedenti grazie a quella “Great Acceleration” che ha spianato la strada a codici universali quali: «un mcChicken e un mcFlurry per favore». Le tappe di una presa di coscienza atta a riconsiderare criticamente il nostro rapporto con l’ambiente sono relativamente recenti:

1. La pubblicazione del “Rapporto sui limiti dello sviluppo” commissionato dal club di Roma nel 1972 (che in sintesi denunciava l’inevitabile declino demografico e della capacità di produzione a cui avrebbe portato l’uso prolungato ed indiscriminato delle risorse naturali e avanzava la proposta di una regolazione in grado di condurre ad un equilibrio.)

2. La celebrazione del primo “Earth’s day” nel 1970, a cui oggi prendono parte ben 175 paesi, proposto nel 1969 ad una conferenza dell’Unesco a San Francisco dall’attivista per la pace John McConnell.

3. I viaggi spaziali e gli scatti della terra dallo spazio (famosi quelli dall’Apollo 8 nel 1972), seguiti dalla formulazione dell’Ipotesi Gaia: teoria di tipo olistico formulata dallo scienziato James Lovelock nel 1979, che si basa sull’assunto che le componenti geofisiche del pianeta si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita grazie al comportamento degli stessi organismi viventi.

4. L’ondata di movimenti e provvedimenti politici incarnata nei cosiddetti partiti “green” (il primo nato in Australia nel 1972), sorti sulla spinta di pubblicazioni quali Primavera Silenziosa di Rachel Carson (1962).

5. Infine il problema è stato riproposto recentemente, nel 2015, con “l’Accordo di Parigi”, il cui testo è stato presentato alla Conferenza sul clima e che ha coinvolto ben 195 paesi, impegnatisi, con la loro adesione, alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra.

Siamo perciò gli eredi di problematiche che ci è impossibile ignorare e con cui di fatto facciamo i conti: mettiamo in atto in prima persona politiche di miglioramento che vanno perfezionandosi, come è possibile rilevare dai dati riguardanti la raccolta differenziata o il crescente utilizzo di mezzi di trasporto quali la bicicletta, così come le ondate di vegetarianesimo e veganesimo degli ultimi anni si inseriscono non soltanto nel contesto di un ritrovato senso d’umanità che si erge contro la non-etica dell’allevamento industriale, ma si sollevano anche in risposta all’inquinamento di cui gli allevamenti sono causa.

Insidie certamente si celano ad ogni angolo, famoso è ad esempio il fenomeno noto come greenwashing: in una società in cui la strategia di marketing è ciò che regola il sistema economico, è facile far leva su questa rinata sensibilità ambientale e spacciare per ecologico e smart ciò che non lo è, non solo in ambito alimentare, ma anche in quello dell’alta tecnologia, ne L’industria della carità Valentina Furlanetto definisce così il problema:

«Una forma di appropriazione indebita di virtù e di qualità ecosensibili per conquistare il favore dei consumatori o, peggio, per far dimenticare la propria cattiva reputazione di azienda le cui attività compromettono l’ambiente».

Ostacoli che tuttavia non ci impediscono di prestare fede alle potenzialità della nuova generazione, che curiosamente sembra voler sempre più spesso sfidare ed invertire il processo di urbanizzazione: famoso ma non isolato è il caso di Davis Bonanni, autore del libro Pecora nera, ragazzo che da perito informatico decide di licenziarsi per andare a vivere in un paesino di montagna sperduto, provando a produrre da sé tutti i mezzi di sussistenza. Rubriche vengono veicolate non soltanto dalla rete ma anche da canali che interessano maggiormente la passata generazione, quali la televisione (ad esempio la rubrica “Sindaci ad impatto zero” di qualche anno fa), il tema ambientale è uno dei maggiori punti su cui si posano i riflettori quando si presentano programmi politici e infine, le madri, (foss’ anche soltanto per evitare le pesanti multe) insegnano ormai ai bambini che non vanno buttati i sacchetti di plastica in mare o la carta nel sacco del vetro. La strada è ancora lunga e il problema ambientale complesso e stratificato, l’indifferenza di cui si tacciano i giovani ( vuoi per presa di coscienza reale, vuoi per forza di necessità) è costruzione teorica, e la speranza che la generazione passata e quella presente si prendano a braccetto e si mettano su queste tracce è spianata: non rimane che proseguire e raccogliere i frutti che fioriscono nel cammino.

Valentina Nicole Savino

 

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