Le donne non sono brave lavoratrici: cronache dall’Ottocento

Mentre le donne si stanno facendo lentamente strada nel mondo del business occidentale, non può certo far male ricordare i motivi e gli stereotipi che solo qualche generazione fa impedivano loro di intraprendere efficacemente una carriera.

L’America di fine Ottocento e di inizio Novecento non è certo l’ambiente più progressista che possa venire in mente.
Al tempo gli Stati Uniti avevano appena reso illegale la schiavitù delle persone di colore (il movimento antirazzista verrà ancora più tardi) e, tra puritani e mormoni, avevano un’impronta decisamente più tradizionalista e rustica del Vecchio Mondo con le sue multiformi città.
Non si fa fatica ad immaginare come dovesse essere la condizione dei diritti del gentil sesso in un mondo simile; non che le donne fossero intrinsecamente disprezzate dagli uomini americani, ma certamente a loro era affibbiato un ruolo di subalternità spesso considerato giusto e naturale da ambo le parti.

E’ infatti una donna, in questo caso, che ci parla di come le donne non potrebbero avere successo a causa della loro natura frivola e inadatta all’impresa. Mary Virginia Terhune è una scrittrice relativamente importante della Virginia che scrive spesso per un pubblico femminile e che in questa istanza scrive per la prestigiosa “North American Review”.

Mary Virginia Terhune

Evidenti sono da subito gli stereotipi di una società non troppo lontana. Le donne non sarebbero adatte a commerciare e maneggiare beni di valore perchè fin da Eva (intesa come progenitrice originale di tutte le donne) esse hanno sempre svolto mestieri senza salario, che le ha rese aliene al guadagno e alla logica imprenditoriale. Persino come sales-clerk (addette alla vendita), che l’autrice identifica come il lavoro in cui le differenze tra i sessi sarebbero minori, esse si lasciano prendere dalle chiacchiere e dalle frivolezze.
Le impiegate sono spesso poco professionali: canticchiano, parlano e non riescono a concentrarsi a lungo tempo.
Si tratta dei classici stereotipi che personificano la donna più come una farfalla che vola di fiore in fiore che come un vero e proprio individuo; belle da vedere, ma leggere, delicate e volubili.
Anche in caso una donna ottenesse una posizione di rilievo, la Trehune illustra come i suoi sottoposti potrebbero trovarsi soggetti alle sue “scenate”. I dipendenti di una ragazza in carriera potrebbero non avere il coraggio di darle consigli e critiche costruttive proprio per paura dei suoi piagnistei e della sua incapacità di controllare le emozioni. “Per un uomo è tanto naturale evitare le scenate quanto lo è per una donna farle”, scrive.

In realtà le donne erano già adoperate nella forza lavoro, ma mai in posizioni di autorità.

Mentre un uomo si impegnerebbe seriamente nel proprio lavoro, una donna, anche quando ne dipende il proprio pane quotidiano o quello dei figli, è incapace di mettervi la stessa passione. Per una donna un lavoro sarebbe un semplice mezzo di sostentazione per sè e per la prole e mai una vocazione o una fonte di soddisfazione in sè; la donna potrebbe facilmente scendere in venali e volgari conversazioni sul denaro e misurerebbe la qualità del proprio lavoro sulla paga ricevuta e non sull’impegno impiegatoci.

In questo mese denso di significato per la questione femminile e in concomitanza con un’attualità che parla spesso della condizione delle donne al posto di lavoro, è bene capire da dove nasce questa disparità di genere e, apprezzando comunque i passi fatti, riuscire a ricordarlo nel presente.

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