L’importanza del coming out: essere LGBT é qualcosa di privato?

Dichiararsi é un gesto fondamentale per una persona LGBT. Tre recenti coming out, molto chiacchierati dai media, ne mettono in luce un aspetto importante sebbene provengano da persone di contesti assai diversi.

Kevin Spacey ha recentemente confessato di essere gay. La dichiarazione è in breve tempo divenuta la notizia principale del 30 ottobre 2017. La celebre star di House of Cards ha rivelato il suo orientamento in un tweet dopo più di vent’anni di strenua difesa della propria privacy. Anche se ognuno dovrebbe vivere in maniera totalmente libera questo aspetto intimo della propria identità e ogni coming out é valido e importante, la dichiarazione di Spacey risulta particolarmente controversa.

Ci si aspetta spesso che personalità famose e affermate escano allo scoperto quando LGBT, per ispirare fiducia e mostrarsi come modelli positivi per i discriminati, ma le motivazioni di Spacey potrebbero apparire decisamente discutibili: accusato di molestie sessuali su un minore, sembra aver cercato di distogliere l’attenzione dei media dal crimine, avvenuto anni prima.

L’attore Anthony Rapp, oggi quarantaseienne, ha infatti recentemente raccontato in un articolo per Buzzfeed la molestia subita a 14 anni da parte della star, all’epoca ventiseienne. L’attore più anziano ha ammesso di non escludere la propria colpevolezza, tra i fumi dell’alcool. Ha inoltre espresso il desiderio di fare chiarezza su un aspetto intimo della propria vita, approfondendo quello che aveva ormai fatto emergere l’outing subito (la rivelazione non consensuale del suo orientamento sessuale da parte di una persona esterna). Spacey con una scelta di parole discutibile, ha poi affermato di voler vivere da quel momento in poi apertamente come uomo gay. 

Kevin Spacey

Per quanto venga spesso ripetuto che non esiste un momento giusto per fare coming out e che ognuno deve farlo quando si sente pronto, il tempismo di Spacey lascia perplessi. Il giornalista inglese Owen Jones ha riportato in un articolo per il The Guardian il proprio disappunto nel vedere una persona di successo alle prese con quello che sembra un tentativo di salvaguardare i propri interessi attraverso un coming out.  Per Jones si tratta infatti di un gesto che per persone meno privilegiate è fonte di enorme stress emotivo ed è spesso causa di emarginazione, allontanamento e sofferenza. 

Secondo Jones, appropriarsi di un momento tanto fondamentale per un persona LGBT per sviare l’attenzione da un tentato abuso apparirebbe come una violenza doppiamente grave nei confronti della vittima, già fortemente marginalizzata nel discorso delle molestie sessuali perché di sesso maschile. Jones ha inoltre messo in evidenza come la dichiarazione di Spacey abbia danneggiato la comunità LGBT,  rafforzando lo stereotipo falso del gay pedofilo e attribuendo l’omosessualità a una scelta.

In un articolo di Bullybloggers, la sociologa Jane Ward, titolare della cattedra di Gender and Sexuality Studies dell’Università della California Riverside, rivela un’opinione diversa sulla questione. Secondo Ward, il coming out della star andrebbe inquadrato in una sorta di obbligo sociale, un sacrificio verso il pubblico, che pretende che ogni celebrità renda conto della propria sessualità identificandosi in una narrazione facilmente accessibile, con contorni netti e conosciuti. La studiosa sostiene che l’accusa di aver macchiato la nobiltà del coming out con un “tempismo inappropriato” mostrerebbe questo gesto come come l’unico atto possibile con cui raccontare finalmente la verità su sé stessi. Un coming out pubblico finirebbe con l’appiattire le complessità dell’essere LGBT attraverso uno schema: “sono come te, con l’eccezione di essere omosessuale” (oppure transessuale/bisessuale/pansessuale/queer…) Non esisterebbe il momento sbagliato per fare pubblicamente coming out, secondo Ward, perché questo tipo di dichiarazione avverrebbe sempre in un momento sbagliato: quello in cui la comunità LGBT cerca di adattarsi ad un modello sociale che non la rispecchia.

La questione rimane aperta. Impossibile però non interrogarsi sul valore del coming out: l’omosessualità é solo un fatto privato? Esiste un modo “giusto” per uscire allo scoperto?

Solleva dubbi simili anche il meno recente coming out del noto youtuber italiano Willwoosh. Guglielmo Scilla, in arte Willwoosh, uno tra i primi e più influenti youtuber italiani, è tornato infatti dopo quasi un anno di silenzio davanti alla telecamera. Anche se con il probabile intento di pubblicizzare la sua partecipazione al reality Pechino Express, lo youtuber ormai trentenne ha scelto con un simpatico video di dichiarare la propria omosessualità anche ai suoi fan.

Guglielmo Scilla in arte Willwoosh

Nel video molto breve, divenuto in pochissimo tempo virale, Scilla elenca, con un linguaggio colorito e semplice, cosa gli piace e cosa non gli piace, includendo le sue preferenze per quanto riguarda i genitali. Senza dubbio si tratta di un mezzo molto efficace per contrastare bullismo omofobico e non accettazione, nonché di un grande atto di coraggio che può ispirare molti ragazzi, ma è davvero corretto chiamare coming out questa dichiarazione?
Sono certamente però encomiabili il desiderio di mostrare l’orientamento sessuale come qualcosa di rappresentativo ma non totalizzante della propria persona e l’aver utilizzato gli stessi termini colloquiali che avrebbe adoperato una qualsiasi persona eterosessuale in un contesto scherzoso. Scilla infatti rompe così un tabù.
Troppo spesso l’omosessualità viene narrata dai media come un elemento drammatico, che rende diversi in maniera irrimediabile, aprendo una frattura tra eterosessuali e LGBT. É assai diffusa tra i giornalisti italiani l’abitudine a connotare l’omosessualità come qualcosa di speciale, mostrando una sorta di pudore eccessivo in contesti che non lo richiederebbero, con l’uso improprio di termini molto formali.

Banalizzando però così il proprio coming out, Scilla finisce effettivamente per compiere l’errore che gli è stato rimproverato dal famoso presentatore televisivo Chef Rubio. Questo ha infatti affermato che quella dello youtuber sarebbe stata solo una mossa pubblicitaria e che non fosse necessario rivelare un fatto privato come con chi si va a letto.
Ecco, il vero errore di entrambi sta proprio qui: essere gay non è un fatto privato, ma sociale, dato che non può essere ridotto solo al provare attrazione per il proprio genere.
Essere gay o un’altra qualsiasi identità dell’acronimo LGBT significa invece riconoscersi in un movimento con una storia, un lessico, una cultura e una serie di discriminazioni subite, propri.

Non è il mettere in atto un certo comportamento a determinare l’orientamento sessuale di una persona -le persone celibi non sono tutte asessuali e molti asessuali a volte fanno sesso, ad esempio- ma lo è il riconoscersi in una determinata identità. Non potevano infatti definirsi gay quegli uomini che, denunciati durante il fascismo per le proprie preferenze sessuali, portavano come prova della loro estraneità o “redenzione” l’avere una famiglia e dei figli, ovvero l’aver onorato il patto con la patria.

Fare coming out significa acquisire volontariamente appunto visibilità come persona LGBT, mostrando agli altri che chi compone questa minoranza esiste, ha una vita non troppo diversa da quella di chi lo circonda e si identifica con orgoglio nelle battaglie che la sua comunità ha intrapreso.
Anche se spesso molti attivisti LGBT tuonano: “siamo persone, non siamo lattine”, le tanto vituperate etichette hanno un significato e un valore. Anche se sicuramente non bastano ad esaurire l’interezza di una personalità, le etichette permettono a chi si sente solo, diverso e per questo destinato all’infelicità, di collocarsi in un angolo di mondo ben preciso, fatto di persone che hanno percorsi di vita differenti ma che hanno in almeno un caso sperimentato le stesse sensazioni.

Per questi motivi il coming out della leader di Alternativa per la Germania contiene un messaggio molto pericoloso. La tedesca Alice Wiedel, candidata del partito di estrema destra, incalzata da un giornalista che sottolineava l’inconciliabilità tra la sua omosessualità ed il suo programma politico, ha infatti dichiarato di essere di destra proprio perché omosessuale. Non esisterebbero secondo la politica incongruenze tra l’identità del suo partito, antieuropeista, xenofobo, a favore della famiglia tradizionale e molto vicino al nazismo e la sua. La donna è una manager con importanti esperienze internazionali, sposata con una donna di origine cingalese con cui ha due figli nati con inseminazione artificiale. La sua militanza nel partito di destra sarebbe coerente, secondo lei, perché punterebbe a difendere la comunità LGBT tedesca dalla cultura omofobica araba e soprattutto perché il suo privato non avrebbe alcuna attinenza con ciò che riguarda la vita pubblica.

Wiedel ha riconfermato la posizione paradossale anche di fronte alle insistenze del giornalista, che le ha chiesto come sia possibile coniugare le istanze anti-gender di AFD con quelle della sua famiglia. Wiedel ha replicato che l’educazione alla sessualità e all’affettività sono compito delle famiglie e dei privati cittadini, non della scuola. L’omosessualità rimane per lei un fatto privato.

Fonti:                                   Credits immagini:

Coming out Spacey.          Copertina

Jones e Ward .                   Immagine 1

Uomini gay fascismo.      Immagine 2

Willwoosh e Rubio .         Immagine 3

Weidel

Coming out 

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