I cent’anni di solitudine di Carson McCullers

Il centenario dalla nascita di un artista è uno di quegli eventi che andrebbero celebrati in pompa magna, una di quelle occasioni, rare e preziose, in cui un autore andrebbe affrontato, riletto, riconsiderato, liberato dalla polvere che gli anni hanno lasciato accumulare sul suo nome e sulla sua poetica. Ciò, purtroppo, non accade equamente e neppure meritocraticamente: il vortice dell’oblio risucchia alcuni tra i nomi più interessanti, un esempio ne è Carson McCullers, scrittrice statunitense che, non marginalmente, si occupò di imprimere sulla carta atmosfere, storie, e stralci di vita degli Stati Uniti del Sud. Osannata e messa al pari di Caldwell e Flannery O’Connor negli USA, risulta pressoché sconosciuta nel nostro paese.

Nata nel 1917 in Georgia, Carson si dedica per molti anni alla musica, ma, una volta diciassettenne, comprende che la vera strada da seguire è quella della scrittura in cui si diletta attraverso la stesura di acerbe opere teatrali, messe in scena a casa dai suoi fratelli che si improvvisano attori per farla felice. A vent’anni la giovane sognatrice aspirante scrittrice si sposta a New York, dove incontra il futuro marito Reeves, con il quale condividerà ogni attimo della sua vita fino al suicido dell’uomo avvenuto nel 1953.
Carson sin dalla giovane età soffre di diverse patologie che la porteranno all’infermità in carrozzella e a un lento degrado verso la morte che sopraggiungerà nel 1967 dopo quarantasette giorni di coma.

Le esperienze negative e degeneranti vissute da McCullers la influenzano talmente tanto da diventare il centro delle sue narrazioni: romanzi, racconti e testi teatrali che mettono in scena le vicende di personaggi ai margini: infermi, menomati, stranieri, vittime silenziose di carnefici ingombranti ed egocentrici. Il primo romanzo dell’autrice, scritto a solo ventitré anni “Il cuore è un cacciatore solitario” – il più celebre – mostra una maturità inaspettata, difficile da ritrovare in un coetaneo e narra l’amicizia tra un sordomuto e una ragazzina ribelle e sognatrice, un rapporto che unisce mondi e generazioni, che accomuna solitudini opposte e schianta temperamenti contundenti l’uno contro all’altro con un botto fragoroso.

I testi di McCullers sanno di polvere, di quella polvere rossa, fastidiosa e sporca del Sud, quella che macchia ed entra negli occhi e accieca per qualche istante finché ad essa non ci si abitua. Tra i terreni sconfinati della Georgia, una donna, che da essi è scappata, ritrova la sua autenticità immutata, quella che New York, un marito disturbato e depresso e il contatto con un mondo di autori che giganteggiano sul corpicino esile e fragile di una timida ragazza del Sud, hanno spazzato via con violenza.

“Il suo talento era quello di riuscire a evocare, attraverso l’accumulazione d’immagini e frasi ripetute in modo musicale, la singolarità dell’esperienza senza ergersene a giudice” dice Joyce Carol Oates di Carson, una delle autrici che, non è difficile da intuire, deve averla influenzata. La capacità di analisi e di approfondimento di ogni sfaccettatura della storia, l’accompagnare i suoi personaggi per mano senza mai giudicarli, ma osservandoli dall’esterno, costituiscono le fondamenta di una narrazione introspettiva, intima e allo stesso tempo universale, un stile evocativo e ricco di immagini capace di regalare visioni nitide e vere di un mondo oggi scomparso.

Carson McCullers ha contribuito a costruire quell’idea di America sconfinata e fascinosa, attraente e spigolosa, fatta di luci ed ombre che si completano e si concatenano. L’aridità degli spazi bruciati dal sole, dei visi segnati dalla fatica e dal dolore sono volutamente la risposta contrapposta allo sfarzo e allo sfavillio delle grandi città di Fitzgerald. Carson racconta gli anni Trenta e gli anni Quaranta vissuti sulle linee di confine, i confini geografici e quelli emotivi, quelli della società e quelli della mente.

E’ un’autrice da scoprire Carson McCullers, un nome da inserire nella propria biblioteca, una donna con una storia rimasta nell’ombra, una storia che i media non hanno mai reputato interessante perché scarna e priva di dettagli peccaminosi, una storia che va letta tra le righe di un’intera produzione e non tra le note biografiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *