Servizio Civile: molto più che volontariato

Fare il servizio civile fa la differenza nell’accesso dei giovani al lavoro: lo dicono i dati di una ricerca che ha analizzato il percorso degli ex civilisti dopo l’anno del servizio.

Un anno di impegno nel volontariato, per apprendere e vivere i principi della solidarietà, della partecipazione, dell’inclusione; un piccolo rimborso spese per sostenere un impegno solidale di 30 ore a settimana. E’ il Servizio Civile Nazionale, programma ministeriale nato nel 2001 – non senza una grande battaglia da parte degli obiettori di coscienza – come alternativa alla leva obbligatoria, e divenuto, dopo la sospensione di quest’ultima nel 2004, strumento prediletto di migliaia di giovani per aprirsi a realtà diverse e poco conosciute, vicino casa oppure all’estero. Perlomeno, è l’immagine con cui si presenta nelle pubblicità istituzionali e nelle testimonianze dei civilisti. C’è però un aspetto che la narrazione del servizio civile non ha finora lasciato emergere: l’anno di servizio è anche uno straordinario trampolino per trovare lavoro.

La conferma è arrivata a fine agosto, quando la casa editrice Franco Angeli ha pubblicato un libro-ricerca dal titolo “Giovani verso l’occupazione. Valutazione d’impatto del Servizio Civile nella cooperazione sociale”, curata dagli studiosi Liliana Leone e Vincenzo De Bernardo. I risultati della ricerca raccontano che a un anno dal termine del servizio civile la percentuale degli occupati tra gli ex civilisti supera del 12% quella di chi non ha svolto questa esperienza; dopo tre anni, il divario sale al 15%. La ricerca ha preso in considerazione due gruppi di ragazzi: gli ammessi al servizio civile, e i candidati ritenuti idonei ma non ammessi per insufficienza di posti. Il primo risultato importante attiene a un aspetto spesso lasciato sottotraccia quando si parla di lavoro: nel gruppo dei volontari il livello di soddisfazione in merito all’esperienza di servizio civile è molto elevato (8,3 su una scala di 10 punti) e il periodo viene ritenuto «molto coerente con le proprie aspettative iniziali». Quanto ai risultati occupazionali, emerge un altro dato: la metà degli ex civilisti rispondenti afferma di aver lavorato in modo continuativo a termine del servizio, mentre solo il 23% dichiara di non aver mai lavorato. E il maggiore beneficio si verifica a ridosso dell’esperienza: anche tra gli intervistati che al momento della rilevazione avevano concluso il servizio civile da soli tre mesi, la metà afferma di avere un’occupazione. Al contrario, il gruppo di coloro che non hanno svolto il servizio civile raccoglie un numero molto maggiore di disoccupati di lungo corso (+23%) e quasi il quadruplo di iscrizioni ai centri per l’impiego.

Il fatto è che il servizio civile consente agli under 30 di avvicinarsi a un settore in forte espansione, ma poco “visibile” e poco accessibile, specie per un ragazzo o una ragazza appena usciti dal circuito scolastico o universitario. Parliamo del non profit e della cooperazione sociale. Le cooperative sociali sono ormai ben integrate nel tessuto sociale in cui si sono sviluppate, agiscono a stretto contatto con gli enti pubblici e la comunità in cui sono inserite e offrono servizi socio-sanitari, educativi ed opportunità di integrazione lavorativa; particolarmente in Italia, in cui ci si prepara ad affrontare le conseguenze in termini sanitari e assistenziali dell’essere un popolo tendenzialmente vecchio e in cui la crisi economica degli ultimi anni e la riduzione all’osso del welfare statale hanno acuito svariate problematiche, la cooperazione sociale va assumendo un ruolo sempre più centrale. Uno studio dell’ente di ricerca Euricse ne contava 13.938 alla fine dell’anno 2008: una quota pari al 19,5% del totale delle imprese cooperative e al 0,3% del totale delle imprese italiane. La cooperazione sociale raccoglie una vasta gamma di servizi: dalla sanità e l’assistenza sociale, alle attività artistiche e ricreative, al supporto alle aziende, dal magazzinaggio alla ristorazione. Di norma, specialmente nel caso dei servizi sociali ed educativi, ricercano personale qualificato e con esperienza. Grazie al servizio civile, però, uno spiraglio si è aperto sulla possibilità di formare dei giovani alla cooperazione sociale, dotarli delle competenze per capire quel mondo e incidervi attraverso il proprio lavoro.

Che l’interesse per le cooperative sia cresciuto nel tempo è dimostrato anche dall’evolversi del programma stesso: quando nel 2001 uscì la prima tornata di bandi, i posti erano 396 in tutta Italia; nel 2016, i volontari avviati in Italia sono stati 34.924. Più della metà (il 58,23%) è stato inserito nei progetti collocati nell’ambito dell’Assistenza; seguono a notevole distanza l’Educazione e Promozione Culturale con il 27,15% e il Patrimonio Artistico Culturale con il 9,91%; pochi altri sono stati assegnati ai settori Ambiente e Protezione Civile.

Uno dei curatori del libro “Inchiesta sull’utilità del Servizio Civile ai fini lavorativi”, il responsabile del Servizio Civile per cooperative Vincenzo De Bernardo, ha spiegato che sin dalla fase di selezione dei volontari, la componente motivazionale solidaristica e quella legata alla ricerca del lavoro sono tra loro strettamente connesse. Non a caso: la passione e la voglia di immergersi in una realtà solidale sono alla base di qualsiasi rapporto d’interazione con una cooperativa sociale; inoltre, per le cooperative, i mesi di servizio prestato costituiscono un modo efficace di conoscere i giovani che a loro si avvicinano, di farsi conoscere, di trasmettere il proprio know-how, di far loro sperimentare il lavoro sul campo. In poche parole, attraverso il servizio civile, buona parte delle cooperative sociali forma le proprie nuove leve: circostanza, questa, avvalorata anche dal fatto che buona parte degli ex civilisti che si dichiarano occupati dopo la fine del servizio sono stati assunti dalla cooperativa ospitante durante il servizio civile.

Insomma, nel Paese in cui il 20 per cento dei giovani tra i 15 e i 24 anni (dati rilasciati dal rapporto Occupazione e sviluppi sociali in Europa della Commissione Europea) non lavora e non studia, uno straordinario strumento di riscatto – per i giovani italiani e per il martoriato sistema lavorativo nostrano – arriva da un’attività nata per permettere a chi non voleva saperne di imbracciare le armi di prendersi cura della Patria in modo alternativo. A pensarci bene, mai come ora ha svolto questo ruolo: fare il servizio civile significa credere nella solidarietà – della quale abbiamo, come Paese, più che mai bisogno – ma anche e soprattutto investire su se stessi; credere nel servizio civile significa ridare fiducia alle generazioni che del Belpaese costituiscono il futuro e il presente.  

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