HIV: la testimonianza “magica” di Earvin Johnson

“Ero seduto lì, con a fianco il coach [dei Los Angeles Lakers, ndr] dicendo che non poteva capitare a me. Mi credevo invincibile.” Così Earvin “Magic” Johnson, uno dei più celebri giocatori della storia NBA, cominciava il racconto sulla sua vicenda di malato di HIV ai microfoni della CNN nel lontano 2004.

Sono passati ormai tredici anni dalla diagnosi che cambiò per sempre la vita di Johnson: HIV, Human Immunodeficiency Virus. Una sigla che pareva una sentenza destinata a stroncare la carriera del “Magic” playmaker formato gigante -2,09 m, un’anomalia per il ruolo-  dei Los Angeles Lakers. Il 7 novembre 1991, in una conferenza televisiva passata alla storia, annunciò la sua sieropositività e il conseguente ritiro dall’attività sportività agonistica per sottoporsi alle cure del caso.

Ma la morte sportiva non era il solo timore del campione a stelle e strisce. Continua Johnson nel suo racconto: “il momento peggiore fu la tratta dall’ufficio del dottore a casa, per dire a mia moglie (Cookie, ndr) che ero sieropositivo. Non sapevo come avrebbe reagito, non sapevo se sarebbe rimasta con me, perché le dissi che avrei capito se avesse voluto lasciarmi. […] Penso che sia stato il momento più duro. Ma quando mi disse che sarebbe rimasta mi sentii sollevato”. L’HIV non colpisce solo il malato, ma mette anche e soprattutto a dura prova le relazioni con le persone a lui più care. Dal sostegno della moglie Cookie, Johnson trarrà una grande forza.

Da quel momento di sollievo cominciò una lenta ma costante risalita, che portò Johnson a riprendersi gradualmente, affidandosi alle cure del Dr. David Ho: cure che lo portano ad attenuare i sintomi della malattia rendendo possibile il ritorno sui campi. Tanto che in occasione delle Olimpiadi di Barcellona del 1992, si compie l’atto della definitiva resurrezione dalle ceneri sportive del cestista americano, partecipante alla prima vittoriosa spedizione nei giochi a cinque cerchi del Dream Team USA, formato per la prima volta da professionisti NBA.

Si ritirò una seconda volta nel 1992-1993 per le troppe polemiche dovute alla presenza di un giocatore sieropositivo in campo. Fu per questo che l’NBA coniò la “Magic Johnson rule”, cioè l’obbligo per un giocatore ferito o con maglietta sporca di sangue, di rientrare in campo solo dopo la medicazione. Oggi questa regola è accettata generalmente nel mondo sportivo ed è anche il motivo per cui – ad esempio – gli arbitri di boxe indossano i guanti, visto che entrano spesso a contatto con pugili feriti.

Dopo aver definitivamente abbandonato la pallacanestro nel 1996, Johnson si dedicò in prima persona alla lotta preventiva contro l’HIV mediante la sua “Johnson Foundation”. Tuttavia, il mancato – per fortuna – esito tragico della vicenda indusse molti americani a sottovalutare il “problema AIDS”. “Il 40% degli americani pensò che fosse infatti guarito, gli altri credettero che l’Aids pur essendo una malattia cronica, colpisse poche persone e fosse facilmente controllabile. Quindi abbassarono la guardia, dimenticarono la prevenzione e diminuirono anche i soldi destinati alla ricerca. La verità, però, è un’altra: “ogni nove minuti e mezzo una persona viene contagiata negli Usa” continua Johnson nel 2011, sette anni dopo l’intervista alla CNN.

In questi anni, sino ad oggi, Johnson si è impegnato mediante la sua “Johnson Foundation” in una capillare opera di sensibilizzazione sulla tematica della sieropositività con il programma E.R.A.S.E. (Empowering and Reinforcing Awareness of Students through Education), “Potenziamento e rafforzamento della consapevolezza degli studenti tramite l’educazione”, un programma diffuso nelle scuole per aumentare la coscienza del fenomeno. La fondazione promuove periodicamente cicli di analisi e test anti-HIV, oltre a patrocinare la causa con dei fondi (grant) Onlus che si occupano di prevenzione.

Per sensibilizzare ulteriormente sul problema, Magic Johnson girò nel 2012 un documentario su ESPN (The Announcement, “L’annuncio”), per testimoniare come la sua condizione di malato di HIV non fosse affatto idilliaca e come la malattia l’avesse di fatto costretto a cambiare regola di vita, destinandolo ad una vita di sacrifici e di difficoltà fisiche e psicologiche. È vero, son cambiate le regole sui campi di basket -e nello sport in genere- per prevenire la sieropositività, la ricerca si è sviluppata ed è progredita permettendo di fare passi da gigante, ma la cautela non è mai troppa: “E’ vero che sto bene, ma non sono guarito. Sono ancora una persona infetta e per sopravvivere devo condurre un’esistenza molto dura. Lo dico affinché la gente non si faccia illusioni, non abbassi la guardia, e non ripeta i miei errori”. Ma, conclude: “Io ho l’HIV, vero. Ma l’HIV non ha me”.

Fonti:

HIV/AIDS initiatives

http://www.lastampa.it/2011/11/05/societa/magic-johnson-e-la-lotta-contro-l-aids-ragazzi-non-sono-guarito-VMZOJcc3ZXKfcVyzZcd8bM/pagina.html

http://edition.cnn.com/2004/HEALTH/11/23/cnna.magic/

http://it.eurosport.com/olimpiadi/ashe-magic-johnson-e-louganis-l-hiv-e-lo-sport-olimpico_sto5426071/story.shtml

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