I casi Ikea: sempre meno diritti per i lavoratori dipendenti

Il recente licenziamento di due dipendenti italiani dell’azienda svedese Ikea mostra una realtà del mondo del lavoro sempre più problematica. 

Dopo gli scioperi e le dichiarazioni dei dipendenti di Amazon e dei rider di piattaforme di pasti a domicilio, sono rimbalzati di testata in testata due nuovi casi di “mal lavoro” da parte di una grande multinazionale ai danni di un dipendente.

Stavolta é Ikea, il gigante svedese dell’arredamento a basso costo, ad essere sotto processo mediatico. L’ingiusto trattamento riservato ai due dipendenti stona terribilmente con l’immagine “family friendly” che l’azienda ha sapientemente costruito nel corso degli anni, attraverso pubblicità e politiche aziendali a favore di famiglie LGBT, multirazziali e non tradizionali.

Azioni che dopo i recenti avvenimenti sono oggi viste da molti come manovre di pinkwashing. Con questo termine, crasi tra “pink”, rosa e “whitewashing”, imbiancare, si intende quella serie di operazioni di marketing con cui un’azienda promuove i propri prodotti o migliora il proprio brand mostrando un’immagine di apertura e supporto nei confronti di una minoranza discriminata. Inizialmente legato all’emancipazione femminile, il termine é stato poi esteso per analogia anche ad altre realtà e sul suo calco sono nate definizioni di fenomeni simili (greenwashing in relazione all’ambiente, rainbow washing alla comunità LGBT…).

Lo stabilimento Ikea di Corsico ha dunque licenziato una madre single perché non riusciva a rispettare i turni di lavoro assegnati. A denunciare l’episodio la Filcams CGIL, che il 27 novembre ha organizzato uno sciopero di due ore nel negozio in segno di protesta. L’ex dipendente Ikea, Marika Ricutti, 39 anni, madre di due figli di 10 e 5 anni, dichiara al Corriere.it: «Sono stata messa alla porta perché non ho accettato il turno delle 7 del mattino. Un orario che per me è complicato, come sa bene l’azienda»

La donna, che usufruisce della legge 104 per assistere il figlio disabile, avrebbe chiesto un orario più flessibile per seguire le esigenze della sua famiglia. Nonostante la richiesta fosse stata inizialmente accolta dall’azienda svedese, la donna é stata improvvisamente licenziata dopo 17 anni di servizio.

Ikea, che aveva contestato alla donna due episodi in cui si è presentata al lavoro non rispettando gli orari, replica che «sta svolgendo tutti gli approfondimenti utili a chiarire gli sviluppi della vicenda. L’azienda vuole valutare al meglio tutti i particolari e le dinamiche relative alla lavoratrice oggetto della vicenda»

L’episodio ha avuto enorme richiamo mediatico e dovrebbe originare anche un’indagine parlamentare, alimentando anche una riflessione sulla parità di genere nel mondo del lavoro. Meno noto invece l’altro più recente licenziamento ingiusto di un dipendente Ikea, avvenuto presso lo stabilimento di Bari.

In questo caso il lavoratore, monoreddito e padre di due bambini, aveva compiuto un’infrazione al regolamento della sua azienda, benché di poco conto: avrebbe più volte allungato la sua pausa di cinque minuti. L’azienda però, anziché contestare, come legittimo, i cinque minuti di volta in volta, ha aspettato che i ritardi si cumulassero per licenziare poi il dipendente, al servizio di Ikea da 11 anni.
La denuncia qui arriva da Uiltucs, Unione italiana dei lavoratori dei settori turismo, commercio e servizi, che segue a livello nazionale le trattative con il colosso svedese. Secondo il sindacato, il dipendente licenziato avrebbe subito un provvedimento “eccessivo e sproporzionato” dopo 11 anni “di lavoro impeccabile”.
“Anche a Claudio (nome fittizio), come alla mamma lavoratrice di Milano, va tutto il sostegno della Uiltucs” ha dichiarato a Bari Today Ivana Veronese, segretaria nazionale Uiltucs, definendo inoltre “vergognoso” il licenziamento del lavoratore.
 
Nelle ultime settimane, il sindacato ha avviato la campagna #CambiaIkea ed i lavoratori dello stabilimento hanno creato una petizione online che ha raccolto più di 25.000 firme.
Encomiabile anche in questo caso la forte partecipazione dei colleghi e delle istituzioni, che si stanno mobilitando per un cambiamento.
Sorge spontanea però una riflessione: il dibattito si sta infatti concentrando su licenziamenti e stipendi, ma manca una vera e propria analisi complessiva di orari, turni e tempi di lavoro in sé. 
L’indignazione per le forme di abuso più evidenti sembra far dimenticare un’adeguata riflessione su quelle quotidiane. Come hanno messo in evidenza le motivazioni dei licenziamenti, il diritto al consumo viene considerato più importante dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
“L’aberrazione” non esiste dunque solo in relazione a casi singoli, ma risulta sistematica: i turni e i tempi di lavoro che fanno concorrenza all’e-commerce e tendono quindi al 24/7 sono ormai una vera e propria questione sociale.
Credits immagini: .          Fonti:
Copertina.                         Licenziamento Bari e Pinkwashing
Immagine 1                      Pubblicità gayLicenziamento Corsico e Amazon
Immagine 2                      Rider e Sfruttamento e Aperture negozi

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