Millenials “choosy”: un giornalismo fatto di luoghi comuni

Quello tra millenials e mondo del lavoro é un rapporto complicato. Si legge spesso però “I giovani non vogliono lavorare”. Questo luogo comune, molto popolare e ricorrente, viene alimentato senza sosta dalla riproposizione ciclica di un certo tipo di notizie.

Ricompaono, infatti, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, titoli come “Cerco baristi e panettieri ma non li trovo: l’offerta dell’imprenditore di Milano (1400 euro per 8 ore) va a vuoto da mesi” (Repubblica.it, 26/10/2017) oppure il più recente “Padova, industria: l’azienda cerca 70 dipendenti e non li trova. Open day” (Corriere del Veneto, 1/12/2017).

Addirittura Massimo Gramellini, nella sua rubrica “Il caffè” sul Corriere della sera (“La cameriera scomparsa” 15/7/2017) non é sfuggito alla “trappola”: il giornalista aveva commentato l’articolo di un quotidiano minore sulle lamentele di un albergatore che non riusciva a trovare una cameriera.

Questa tipologia di notizie viene quasi sempre corredata da una riflessione sui millenials italiani, notoriamente penalizzati nel mondo del lavoro: i dati Istat di settembre 2017 riferiscono che il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) é salito al 35,7%, con un aumento di 0,6 punti percentuali su base mensile. Le principali testate e firme giornalistiche italiane, piuttosto che generare una riflessione sulle difficoltà di migliaia di giovani sistematicamente tagliati fuori dal mondo lavorativo, hanno contribuito a formare il ritratto di una generazione pigra e viziata. “Il lavoro c’è, siete voi che siete schizzinosi”: quello dei millennials choosy é diventato ormai un vero e proprio topos giornalistico. Peccato si tratti fin troppo spesso soltanto di un’invenzione.

Non é raro infatti che la realtà sia ben diversa da quella mostrata da questo tipo di giornalismo: nel caso clamoroso de “Il caffè” l’albergatore non aveva pubblicato nessun annuncio sui portali online né altrove, limitandosi ad un post sul suo profilo Facebook. Sembra simile anche il caso dell’imprenditore veneto: sul sito dell’azienda o sui portali di ricerca non compaiono tra le posizioni aperte le 70 menzionate.

Alle mancanze si aggiungono anche le dichiarazioni inesatte dei datori di lavoro: l’imprenditore del primo titolo, titolare di una nota catena di forni milanesi, sarebbe in realtà stato subissato precedentemente di candidature. Tutte rimaste senza risposta o cestinate. Valentina, 34 anni e tre figli, ora banconista in una delle panetterie dichiara a Valigiablu: «Avevo mandato il curriculum a inizio ottobre senza ricevere risposta. Mercoledì, leggendo la storia sui giornali, ho chiamato per chiedere spiegazioni. Sono stata convocata per il colloquio giovedì e mi hanno assunta». Come gli altri due imprenditori, anche quello milanese ha però ricavato dall’articolo un’enorme pubblicità gratuita.

Spesso inoltre, le condizioni delle offerte illustrate dai giornali vengono taciute o riportate in maniera grossolana: non si parla degli stipendi irrisori (spesso si riporta la paga lorda invece della netta), dei contratti senza tutele e della richiesta di qualifiche sproporzionate rispetto alle mansioni.

La narrazione dei millenials choosy risulta d’altronde più facile e accattivante di una lucida disamina delle informazioni: nato da alcune dichiarazioni dell’ex-ministra Fornero, il ritratto di una generazione scansafatiche ha saputo catturare tutto il paternalismo di un’enorme fetta di lettori e giornalisti. Un filone di notizie che ha un’origine antica: ripercorrendolo all’indietro possiamo arrivare ad uno dei suoi esempi più noti, quello di Expo 2015. 

Anche in quel caso erano piovuti rimproveri nei confronti dei giovani che preferivano non lavorare,  perdendo l’occasione di aiutare la gigantesca macchina di Expo, piuttosto che rimboccarsi le maniche.

Molti giornali sono stati responsabili, anche in questo caso, di una grave forma di “mala informazione”: come hanno fatto emergere le numerose proteste successive all’apertura dell’esposizione, la maggior parte delle posizioni erano per volontari. Quasi nessuno di questi lavori, insomma, era pagato.

Come ha evidenziato Matteo Pascoletti in un popolare articolo di Valigiablu, questo tipo di giornalismo si fonda su tre pilastri: la mitizzazione del datore di lavoro, l’esaltazione del lavoro come fatica a sé e la trasformazione dei problemi collettivi in problemi individuali.

Il lavoro non pagato viene mostrato come un sacrificio onorevole, una fatica necessaria, senza riflettere sul significato dell’aver investito il proprio tempo e le proprie energie in una determinata attività. Lo stipendio e il lavoro sono dunque narrati come una sorta di elargizione da parte del datore di lavoro, della cui onestà non si dubita mai e che viene sempre elogiato per l’impegno durante la crisi. Inevitabilmente, questo porta alla colpevolizzazione di chi é disoccupato, specie se giovane: “sei tu che non ti sei voluto impegnare e accontentare- sembra sostenere questa narrazione- si può lavorare anche se c’è crisi, non vedi?“. Questo messaggio risulta molto dannoso: scarica ogni responsabilità dal datore di lavoro e persuade il giovane in cerca di occupazione ad arrendersi ad uno sfruttamento sistematico.

Molti giornali hanno inoltre utilizzato la stessa retorica anche in relazione alle recenti proteste contro l’alternanza scuola-lavoro, divenuta obbligatoria nelle scuole superiori. I millenials vengono continuamente rappresentati come impazienti, anche quando senza esperienza e riluttanti nei confronti del lavoro manuale. Complici le dichiarazioni classiste di alcuni ragazzi, é stata estesa questa immagine a tutti gli studenti che hanno manifestato. Il 20 ottobre 2017 Gli Stati Generali hanno pubblicato a riguardo un articolo dall’eloquente titolo “I Millenials viziatelli mi hanno francamente rotto le palle”.

L’autore del pezzo ripercorreva con toni nostalgici gli inizi della sua vita lavorativa, a 11-12 anni, come garzone di bottega e spiegava come il lavoro umile e mal pagato gli avesse trasmesso una solida etica del lavoro. Le sferzate dell’articolo tuttavia non potrebbero essere più fuori luogo: la protesta, le cui ragioni non vengono minimamente indagate nel testo, era diretta verso una forma di lavoro gratuito che gli studenti sono obbligati a prestare, dietro il pretesto della formazione.

L’alternanza scuola-lavoro crea infatti un’ambigua forma di sfruttamento: i contratti di formazione esistono già (sono i cosiddetti stage e apprendistati) ma in questi casi le aziende sono tenute a remunerare i lavoratori da formare. Mentre quello dell’autore era un lavoro retribuito, facoltativo e da affiancare alla formazione scolastica, quelli della scuola-lavoro sono lavori non pagati, obbligatori e che sottraggono ore allo studio e alle lezioni.

 

Credits immagini:.            Fonti:

Copertina.                          Corriere.it, Valigia Blu,

Immagine 1                        Repubblica.itDagospiaCorriere del Veneto.it

Immagine 2.                       Corriere del Veneto.it  Gli Stati Generali

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