Dìa de muertos: quando la morte fa festa

Mentre la fascinazione per l’anglosassone “Halloween” sta lentamente portando zucche e serpenti di gomma nelle case italiane, in America la comunità messicana sta invece popolarizzando la propria personalissima celebrazione del macabro: il “Dìa de muertos”.

Quando, nel 1950, gli avventori parigini si ritrovarono in città una mostra d’arte messicana rimasero di stucco. L’iconografia del teschio, la scheletrica “Calavera Catrina“, i biscotti a forma di cranio appartengono ad una cultura della morte estremamente diversa da quella occidentale che sembra quasi fare un carnevale per i propri defunti.

Interpretazione moderna della Calavera Catrina

La celebrazione si svolge dal 31 ottobre al 2 novembre, e ingloba la tradizione cattolica del giorno di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti, benchè la tradizione sia in realtà risalente ai festeggiamenti delle civiltà precolombiane.
Ora il Dìa de Muertos è una festa nazionale dello stato del Messico, ed è integrata nel calendario e nell’educazione. Durante questi giorni le case si adornano di scheletri stilizzati, calendule (il fiore dei defunti, secondo l’America latina), ofrendas (altari privati), e le pasticcerie cominciano a sfornale manicaretti fatti apposta per l’occasione: biscotti a teschio, pan de muerto (pane di morto) e cioccolatini macabri assortiti.
Scopo delle celebrazioni è attirare gli spiriti dei defunti agli altari e offrire loro cibo e dolciumi, in un tentativo di richiamare le memorie, anche quelle divertenti e umoristiche, degli estinti membri della società e della famiglia. Tutto in un’ atmosfera tutto sommato festosa e colorata ben diversa da quella dei funerali della nostra cultura.

Ofrenda

Ma cosa significa tutta questa morte che sorride? Perchè il teschio messicano è contento?
Alcuni pensano che questo strano rapporto con l’oltretomba derivi dalle origini precolombiane del popolo messicano. In queste culture non era così forte l’idea della morte come luogo del giudizio divino e sicuramente mancava la correlazione tra demonico e macabro o tra corporeità e peccato che è invece tipica dell’occidentalità. Per di più, la civiltà azteca non era certo timida quando si parla di macabro: i teschi di coloro che erano morti nella costruzione dell’edificio ornavano i templi, e la morte nella sua fisica corporeità era spesso usata come elemento decorativo.
Tuttavia, i reperti che abbiamo di queste civiltà non giustificano tout-court una teoria di filiazione diretta. In nessuna di queste culture si può ritrovare la leggerezza e lo humour del Dìa de muertos; i resti sono sparsi e poco coerenti.
L’arte cristiana della Conquista, benché certamente non scevra di cadaveri e amenità simili, è sempre stata interessata alla sofferenza (basti pensare al topos della crocifissione del Cristo), più che alla morte in sè e certamente ai chiaroscuri e alle corporeità tipicamente classiche, che poco hanno a che fare con le mere ossa dei defunti.
Aguzzando lo sguardo, però, non è possibile non notare che il Barocco porta con sè una fitta iconografia del macabro, con teschi e scheletri ben visibili e reiterati. Per non parlare poi della “danza macabra” medioevale e del fitto uso metaforico delle figure di morte.

Danza macabra

Ancora manca, però, l’umorismo. Una teoria sostiene che è proprio nella colonizzazione che si formarono le basi per la festa odierna. Si tratta di anni tumultuosi durante i quali la popolazione ebbe un calo demografico drastico a causa di guerre e nuove malattie. Qui entrerebbe in campo l’umorismo: uno strumento che le persone avrebbero usato per ridere, prendere in giro, esorcizzare la morte che le minacciava, mangiando e costruendo simulacri che sono appunto temporanei e caduchi per questo motivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *