Gianluca, Ryan, Simone e gli altri. Nessuno è al sicuro dall’AIDS

Date ai bambini l’amore, le risate e le pace, non l’AIDS.
Nelson Mandela


Per decenni si è voluto relegare il rischio dell’AIDS a categorie emarginate: gay, tossici. Le storie di bambini come Gianluca Cuzzocrea e Ryan White hanno dimostrato che non è così. E le storie di oggi raccontano l’importanza di eliminare lo stigma.

“Il cancro dei gay”, la “peste gay”. Così veniva chiamato l’Aids nei primi anni del 1980, quando si cominciava a registrare sempre più casi di una misteriosa nuova malattia che pareva concentrarsi tra i maschi omosessuali.
Anche la scienza si è adattata, fornendo dignità scientifica al senso comune e attribuendo a una patologia che ne era priva un nome: GRID, Gay Related Immunodeficency, immunodeficienza correlata ai gay.
Quell’anno si registrano più di quattrocento casi, in 23 Stati diversi. Già nel 1982 cominciano già a registrarsi tra le vittime emofiliaci e tossicodipendenti, eppure fino agli anni novanta, la definizione più in uso resta quella di malattia dei gay, spesso spiegata come punizione divina per la loro condotta dissoluta.

Ma come applicare la stessa definizione al piccolo Gianluca Cuzzocrea, morto di AIDS nell’aprile del 1985 quando di anni non ne aveva nemmeno tre? I giornali riportano la notizia del primo bimbo italiano vittima della malattia, ma tengono a sottolineare che i due giovani genitori, emigrati dal sud, avevano alle spalle una vita di tossicodipendenza, furti per pagarsi le dosi, criminalità e una famiglia dissestata alle spalle. “Condizioni particolari”, scrivono. Un modo come un altro per ripetere il vecchio adagio: “ve la siete cercata”, e ha pagato un bambino.

Un’insinuazione che non si può ripetere per i genitori del piccolo Ryan White, che ha saputo a 12 anni di essere malato ed è morto a 19, nel 1990. La sua era una famiglia della classe media, amorevole, qualsiasi. Ryan era emofiliaco, a contagiarlo è stata una trasfusione di sangue infetta. Al suo funerale hanno cantato per lui Elton John e Michael Jackson, di cui era diventato amico, era presente la First Lady Barbara Bush e migliaia di volti noti e meno noti. Compresi quei compagni di classe che però gli avevano impedito di andare a scuola, di frequentare gli altri, trattandolo come un appestato. Gli stessi che lo accusavano di sputare sulla gente a caso per infettarla, di passare biscotti che aveva già morsicato e quindi reso infetti.

Negli anni in cui Ryan e i tanti Ryan di cui la storia è costellata hanno lottato contro la malattia, la sua battaglia è stata però davanti agli obiettivi delle telecamere di tutto il paese. Nessuno poteva più dire di non sapere. Qualcuno ha tentato di fare distinzioni, spiegando che il giovane White era una vittima incolpevole. Qualche voce di protesta però ha iniziato allora a sollevarsi: “è come sostenere che qualcuno non merita di ammalarsi, e qualcuno sì” ha protestato Randy Shilts, un giornalista di San Francisco. Ronald Regan scritto un articolo sul Whashington Post in memoria del giovane, spiegando che “è la malattia che è spaventosa, non chi ce l’ha”.

Lo stigma però accompagnerà e ancor oggi accompagna quasi tutti i sieropositivi: per molti basta ancora una diagnosi di positività al virus HIV per sentirsi ed essere additati come portatori di una condanna a morte, e comunque puniti per una vita sessuale “perversa”. Anche nel 2017 per molti l’AIDS è ancora la peste gay, e ci si può sentire al sicuro. Bisognerebbe che chi ha pensieri simili si rivolga a Simone, 35 anni, di Varese, contagiato da una coetanea con cui aveva una relazione da diversi anni e che glielo aveva taciuto per “paura di perderlo”. Simone ha scoperto di essere sieropositivo nel 2015, imparando a proprie spese che nessuno è escluso dalla possibilità di contagio. Che l’unica strada sono i rapporti protetti.

Anche Simone si è sentito prima al sicuro e poi condannato. Anche lui ha temuto lo stigma, per un attimo si è visto intorno le prigioni di vetro dei reparti degli ospedali che chiudevano i sieropositivi fino agli anni Novanta. Ma oggi sa quanto quello stigma sia infondato. Sa che da sieropositivi, con regolare terapia, si può avere la stessa aspettativa di vita di tutti gli altri e persino arrivare ad azzerare la carica infettiva del virus. E guardare al futuro. Oggi Simone è un uomo sereno e padre di due figli

Fonti: GRID, Gianluca, Ryan, Simone

 

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