Il diritto all’aborto in Italia, tra conquiste e medici obiettori

“Un uomo che non può scegliere cessa di essere un uomo.”
Anthony Burgess

 

Nonostante sia legale da quasi quarant’anni, l’aborto, in Italia, é ancora al centro di un dibattito controverso. L’accesso a questo diritto non risulta tuttavia ancora qualcosa di libero e garantito.

L’interruzione volontaria di gravidanza incontra tuttora una fortissima ostilità: a fine novembre il movimento ProVita ha manifestato la propria contrarietà alla pratica tappezzando un’intera via di Roma con manifesti scioccanti e brutali.

I manifesti affissi nella via romana

Sono diventate inoltre virali le sconvolgenti dichiarazioni di un sacerdote bolognese che ha equiparato gli omicidi ordinati dal boss mafioso Totò Riina agli aborti eseguiti dalla politica Emma Bonino. 

In realtà però, in Italia questo diritto sembra sempre meno garantito: il 28 settembre scorso, Giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito, le sezioni locali del collettivo Non Una di Meno hanno infatti manifestato in più di 20 piazze italiane in favore della possibilità per le donne italiane di disporre liberamente del proprio corpo. 

Nella Relazione sull’attuazione della Legge 194 del 2014, il Ministero della Salute riporta che l’Italia è in coda ai paesi europei per accessibilità a questo servizio pubblico con il 70,7% di obiettori di coscienza tra i ginecologi. Si tratta di una minaccia non solo per il diritto alla salute delle donne italiane, ma anche per il Sistema Sanitario Nazionale, che, dovendo garantire in ogni caso il servizio, deve supplire alla carenza di medici, ad esempio tramite trasferimento di personale: in tutto il Molise esiste un solo medico non obiettore.

Manifestazione di Non Una di Meno Milano

Nel 2014 gli ospedali marchigiani di Jesi, Fano e Fermo hanno ricevuto un richiamo da parte del Comitato Europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa per aver violato il diritto alla salute delle donne, in quanto l’intero personale dei tre ospedali si era dichiarato obiettore. Tuttora, nel 2017, secondo la Libera associazione Italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga), il 41% degli ospedali italiani non prevede il servizio di interruzione volontaria di gravidanza, specie dopo il terzo mese, risultando dunque non conforme alla legge. Un ospedale di Crotone si é addirittura guadagnato il plauso di Forza Nuova per non aver praticato un singolo aborto in cinque anni.

Inoltre, anche nei casi in cui l’aborto viene attuato, le donne sono molto spesso in seguito colpevolizzate e stigmatizzate socialmente, persino dal personale medico. Una situazione paradossale se si pensa che la legge 194, che regola l’interruzione di gravidanza in Italia, è entrata in vigore il lontano 22 maggio 1978.

Manifestazione italiana a favore della legalizzazione dell’aborto

L’approvazione della legge é stata frutto di lunghe battaglie politiche, portate avanti in particolare dai Radicali Italiani.
In precedenza l’aborto era annoverato tra i “delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe” nell’allora vigente Titolo X del Codice penale del 1930 e come reato penale era punito con diversi anni di detenzione. Questo aveva diffuso e aumentato il numero dei pericolosissimi aborti clandestini, che, eseguiti da non specialisti in ambienti spesso non sterilizzati e senza gli strumenti adeguati, mettevano a rischio la vita delle gestanti.

Per combattere la pratica sempre più diffusa, nel 1973, alcune femministe e militanti Radicali, tra cui Adele Faccio ed Emma Bonino, fondarono a Milano il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA), antenato degli odierni consultori. Scopo del centro era appunto quello di informare e fornire assistenza gratuita su contraccezione ed aborto. Il CISA organizzava inoltre viaggi in cliniche estere e gestiva consultori e cliniche locali che fornissero il servizio in maniera sicura con il metodo dell’aspirazione.
La tensione culminò con l’arresto delle dirigenti del centro e del segretario dei Radicali Italiani Gianfranco Spadaccia, che dopo essersi pubblicamente denunciati per aver praticato aborti, si fecero arrestare, calamitando l’attenzione dei mezzi di comunicazione.

La legge 194, riconfermata dagli elettori con un referendum del 1981, consente dunque l’interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica entro i primi 90 giorni dal concepimento, con un prolungamento al quarto o quinto mese qualora la gravidanza metta in pericolo di vita la gestante. La figura del padre non ha diritto di intervenire nella decisione e le generalità della donna che si sottopone all’operazione devono rimanere anonime. Il medico, che ha il dovere di fornire adeguate informazioni sulla pratica, ha sempre diritto all’obiezione di coscienza, tranne nei casi in cui la gravidanza manifesti complicanze che minacciano la vita della gestante. Ogni struttura ospedaliera ha però l’obbligo di prestare il servizio, attraverso almeno un medico non obiettore.

Inoltre, sebbene la legge 194 raccomandi all’articolo 15 “la promozione delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”, l’aborto chirurgico, per quanto di difficile accesso, rimane la scelta più diffusa. Nonostante costituiscano l’opzione più sicura per le pazienti, gli aborti farmacologici costituiscono infatti appena il 15% delle interruzioni di gravidanza. La possibilità di ricorrere alla cosiddetta “pillola abortiva” RU486 incontra infatti ostacoli ancora più numerosi.


La pillola RU486, introdotta in Italia nel 2009, può essere somministrata solo in ambito ospedaliero. Nonostante non esista letteratura scientifica a supporto di tale scelta, il Consiglio Superiore di Sanità ha ritenuto il ricovero ordinario la soluzione ottimale per il benessere di chi vi ricorre. Dal momento che il trattamento è composto dalla somministrazione di due farmaci a distanza di due giorni l’uno dall’altro, comporta dunque tre giorni di ricovero, che vanno dal momento dell’assunzione fino all’avvenuta espulsione del feto. Si tratta paradossalmente di un ricovero sei volte più lungo di quello di un più invasivo aborto chirurgico, che é di mezza giornata.

Sebbene si tratti di pareri non vincolanti il Ministero della Sanità ha finora adottato queste linee guida, in netto contrasto con quelle europee. Nel resto dell’Europa infatti questi farmaci vengono dispensati, in maniera totalmente sicura, in regime ambulatoriale, in strutture simili ai consultori italiani. In Italia, invece, soltanto Emilia Romagna, Toscana e Lazio “ribellandosi” alla direttiva ministeriale somministrano la RU486 senza ricovero. Il trattamento forzatamente prolungato non solo risulta di più difficile accesso per le pazienti, ma rappresenta anche un costo eccessivo e inutile per il Sistema Sanitario Nazionale

La ginecologa Anna Pompili di AMICA, guardando le statistiche di altri Paesi Europei come Svezia e Regno Unito, conferma che l’ intervento in regime ambulatoriale garantisce un maggiore accesso all’aborto alle donne. “Dunque, nel negarlo – ha affermato – vedo una chiara volontà di porre ostacoli alle donne e di stigmatizzare le loro decisioni.”

È stata dunque rivolta una petizione alla Ministra della Sanità Beatrice Lorenzin perché anche le altre regioni introducano l’aborto in regime ambulatoriale. La richiesta ha tra i suoi sostenitori l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto (AMICA) e l’ex ministra degli Esteri Emma Bonino.

Credits immagini: Non Una di Meno Milano, Radicali Italiani

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