Biotestamento: il primo passo verso un Paese più civile

 

“La nostra vita appartiene agli altri ma la morte appartiene solo a noi stessi”
Albert Camus

 

La legge sul biotestamento approvata in Senato il 14 dicembre 2017 segna un primo, importante passo verso un trattamento più umano e civile del fine vita in Italia.

Risale appena a novembre scorso lo storico processo a Marco Cappato, esponente dei Radicali Italiani e membro dell’Associazione Luca Coscioni, per l’istigazione al suicidio di Fabiano Antoniani. Dj Fabo, come é meglio conosciuto Antoniani, era un uomo italiano di 39 anni rimasto tetraplegico e cieco dopo un grave incidente automobilistico; aveva chiesto a Cappato di essere accompagnato in Svizzera per porre fine alla sua vita, cosa impossibile in Italia.

Come dieci anni prima di lui Piergiorgio Welby, condannato ad una progressiva paralisi da una malattia degenerativa e Beppino Englaro per la figlia Eluana, in coma irreversibile dopo un incidente, anche Antoniani aveva rivolto un accorato appello alle istituzioni perché gli fosse garantita una fine dignitosa attraverso l’interruzione delle cure. Si tratta però solo di alcune delle più recenti e note figure tra quelle che si sono impegnate nella lunghissima battaglia politica per la legge sul fine vita in Italia. Una richiesta che per anni è rimasta inascoltata dal Parlamento.

Piergiorgio Welby, Dj Fabo ed Eluana Englaro

Cappato, impugnando un’imputazione che la Procura aveva chiesto di archiviare, ha rischiato fino a 12 anni di detenzione per costringere il Parlamento a colmare il vuoto giuridico attraverso un dibattito improrogabile. L’esponente dei Radicali ha dichiarato: «Mi sono autodenunciato perchè ci deve essere un’assunzione di responsabilità. Ho chiesto di andare a processo con rito immediato perchè è un’occasione per verificare quali sono i diritti di scelta di chi vuole interrompere la propria sofferenza ma anche di chi vuole continuare con le terapie».

Pochi giorni fa il Senato ha finalmente votato a favore di un provvedimento che porti alla compilazione di un biotestamento; il testo é lo stesso della legge approvata il 20 aprile alla Camera, senza modifiche o variazioni. Pur non legalizzando in nessun caso l’eutanasia, la legge permetterà ai cittadini italiani di decidere con maggiore libertà a quali terapie desiderano sottoporsi, scrivendo le proprie volontà in merito perché siano chiare anche qualora non riescano ad esprimerle personalmente. La legge, che entrerà in vigore dopo la firma del Presidente della Repubblica, ovvero entro circa un mese, rappresenta un primo passo verso un adeguato trattamento del fine vita in Italia.

Il testo sul biotestamento prevede che nessun tipo di cura possa essere messo in pratica o proseguito senza “consenso libero e informato della persona interessata” o dei suoi genitori, se minorenne. Per poter stilare il documento é infatti necessario aver ricevuto informazioni adeguate sui benefici e sui rischi delle cure e degli esami, oltre che sulle possibili alternative e sulle conseguenze del rifiuto terapeutico.  

Il provvedimento istituisce e regolamenta inoltre le cosiddette Dat: “ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali. Le Dat vanno redatte e autenticate presso un notaio oppure registrate tramite video se l’interessato non può scrivere e depositate presso un ufficiale di stato civile o un medico del Sistema Sanitario Nazionale; possono essere revocate in ogni momento, anche verbalmente, in presenza di due testimoni.

Fondamentale per il paziente é la nomina di un fiduciario, una persona maggiorenne e capace di intendere e di volere incaricata di rappresentare e tutelare le volontà espresse nel biotestamento qualora la persona interessata non sia nelle condizioni di farlo.

La legge regolamenta anche il comportamento che deve tenere il medico rispetto a queste disposizioni: é tenuto a rispettarle, senza la possibilità di obiezione di coscienza e non ne ha responsabilità legale. Il medico può non rispettare le volontà del paziente soltanto in caso di nuove cure risolutive, non previste durante la compilazione del biotestamento oppure qualora il paziente chieda pratiche contrarie alla deontologia, illegali o contrarie “alle buone pratiche clinico-assistenziali”. In questo caso però l’ospedale deve comunque garantire il servizio fornendo un altro medico che rispetti le Dat del paziente.

Manifesto dell’Associazione Luca Coscioni  

É inoltre possibile formulare un piano delle cure concordato tra medico e paziente: “All’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o in una condizione di incapacità.”

Inoltre da parte del medico, che deve sempre “adoperarsi per alleviare le sofferenze del paziente, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario”, deve essere sempre garantita al paziente “un’appropriata terapia del dolore e l’erogazione delle cure palliative“.

Viene invece vietato l’accanimento terapeutico: di fronte ad una “prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili e sproporzionati”.

Pur non essendo prevista l’eutanasia, ovvero la somministrazione di farmaci che provochino la morte del paziente, il testo dichiara che “in presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua, in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente” . Con questa espressione si intende la somministrazione intenzionale di una dose di farmaci sufficiente a rendere incosciente il paziente sul punto di morte. Scopo della pratica, finora consentita solo nel trattamento di alcuni pazienti oncologici, é quella di rendere sopportabile la percezione di un dolore o di un sintomo troppo intensa per il paziente morente, annullandola o alleviandola.

 

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Immagine di copertina e immagine, immagine

Fonti: Blitz quotidianoLa StampaGaypost

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