Dataismo: un nuovo paradigma del pensiero umano?

Bender, a me non interessa se sei ricco. Ti amo per la tua intelligenza artificiale e il simulatore di sincerità. (Futurama, Prima Stagione)

Secondo l’autore dell’acclamato “Sapiens” la rivoluzione tecnologica dei nostri giorni si inscriverebbe in un nuovo orientamento antropologico e religioso dotato di propri comandamenti.

 

La  nostra generazione vive in quella che l’esperto di società dell’informazione Manuel Castells ha definito la “Galassia Internet”: dalla new economy al mutamento delle modalità di socialità e partecipazione politica, ci muoviamo come segmenti di una fitta rete comunicativa i cui margini trascendono il singolo individuo, tanto che secondo studiosi come Yuval Noah Harari ci troveremmo di fronte ad un vero e proprio paradigma antropologico e religioso in grado di rendere obsolete le nostre stesse istituzioni politiche.

Harari dedica l’ultimo capitolo del suo libro Homo Deus (il seguito dell’acclamato Sapiens) all’analisi del cosiddetto Dataismo, rintracciandone la nascita nella confluenza di due importanti avvenimenti scientifici: la pubblicazione dell’Origine delle Specie di Charles Darwin e l’ideazione del modello della macchina di Turing. Grazie a queste premesse il Dataismo si sarebbe evoluto come orientamento in grado di unificare campi eterogenei quali la biologia, la musica, l’economia, la letteratura, sotto l’egida di un metodo comune: l’analisi del flusso di dati e degli algoritmi che soggiaciono ad ogni evento biologico e non, tanto alla tragedia “King Lear” quanto ad un virus di influenza (presupponendone la perfetta equivalenza). I sistemi politici non si sottraggono a questa prospettiva onnicomprensiva e si differenziano non tanto per l’ideologia che incarnano, quanto per la modalità di manipolazione dei dati, dove dittatura è centralizzazione delle informazioni e democrazia è processamento delocalizzato: prevale il sistema che in accordo con il momento storico in cui si trova ad agire rivela maggiore efficienza.

L’autore suggerisce quindi una possibile reinterpretazione della storia umana che si accorda a quest’ottica e si divide in quattro fasi:

1. Aumento del numero dei processori di dati (una città di 100’000 persone ha un maggiore potere computazionale rispetto ad un villaggio di 1’000 persone).

2. Aumento della varietà dei processori (atta ad incrementare il dinamismo e la creatività, ad esempio una conversazione tra un contadino, un prete e un fisico ha maggiori probabilità di produrre idee nuove rispetto ad un abboccamento tra soli cacciatori).

3. Aumento del numero di connessioni (una rete commerciale che mette in comunicazione dieci città ha più probabilità di produrre innovazioni rispetto allo stesso numero di città isolate).

4. Aumento della libertà di movimento (costruire strade che connettano le città non favorisce la comunicazione se queste vengono rese inagibili).

Fasi che coinciderebbero rispettivamente con la Rivoluzione Cognitiva che aprì la strada all’ interconnessione tra un illimitato numero di Sapiens (capacità grazie a cui la nostra specie si è conquistata il dominio del pianeta), con la Rivoluzione Agricola che vide un forte incremento del numero della popolazione e della sua varietà, pur rimanendo confinata in tribù non comunicanti, con l’invenzione della scrittura e del denaro, grazie a cui l’umanità sarebbe stata in grado di fondare città e regni, infine con la Rivoluzione Scientifica culminata nella nascita del mercato globale.

Interessanti sono le implicazioni morali: nata come teoria neutra il Dataismo starebbe mutandosi in una vera e propria religione in grado di determinare cosa è giusto e cosa sbagliato e il cui supremo comandamento è “l’informazione circola”, visione che desacralizza l’uomo intaccando quell’antropocentrismo costruito con tanta fatica dall‘umanesimo. Gli uomini divengono infatti strumenti di creazione di quella che l’autore chiama “The Internet-of-All-Things”, una rete potenzialmente estendibile a tutto l’universo (visione che sembra richiamare alcuni altri credo come quello induista) che potrebbe mettere in ombra anche le più sofisticate capacità umane. La domanda che l’autore solleva immaginando di fronteggiare uno scettico è infatti: se potessimo rimpiazzare non soltanto i tassisti e i dottori, ma anche gli avvocati, i poeti e i musicisti con programmi superiori, perché ci dovrebbe importare che questi programmi non abbiano coscienza o esperienza soggettiva? Non sono in fondo gli uomini degli algoritmi biologici che vista la velocità di movimento dell’informazione negli ultimi anni rischiano di divenire obsoleti così come le loro istituzioni politiche? Domande che sono destinare non a risolversi bensì a perpetuare l’interrogazione aprendo un nuovo campo d’indagine del sapere umano e che il professore Harari compendia in tre quesiti:

1. Gli organismi sono davvero solo algoritmi?
2. Cos’ha più valore, l’intelligenza o la coscienza?
3. Cosa accadrà alla società, alla politica e alla vita quotidiana quando algoritmi privi di coscienza ma altamente intelligenti ci conosceranno meglio di quanto noi conosciamo noi stessi?

Spunti di riflessione affascinanti e meno lontani da noi di quanto si possa pensare, in grado di aprire una breccia conoscitiva in quel veloce e caotico processo di cui siamo forza motrice ma che anche ci inviluppa, appunto come piccole mosche nella rete di un ragno.

Valentina Nicole Savino

 

Credits immagini: immagini di dominio pubblico

Credits articolo: Homo Deus, Yuval Harari

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