Non è Natale e non è Capodanno; è il Kwanzaa

Kwanzaa was conceived, created and introduced to the African community as an audacious act of self-determination.” Maulana Karenga

Se capita di passare per il Nuovo Mondo durante le feste natalizie, tra fiocchi di neve e luci colorate potrebbe capitare di imbattersi in curiosi candelabri a sette lumi (kinara) e festoni verdi, neri e vermigli. Si tratta del Kwanzaa: la giovanissima festa invernale della comunità afro-americana.

Kinara

Il Kwanzaa dura dal 26 dicembre al 1 gennaio, periodo durante il quale le persone di colore statunitensi ricordano e si riallacciano ai vari valori e tradizioni dell’Africa continentale, nel tentativo di ritrovare una qualche continuità con quella terra strappata loro dal turpe episodio della schiavitù. La festa è quasi neonata: fu celebrata per la prima volta nel 1966 grazie a  Maulana Karenga, un professore-attivista esponente del cosiddetto “panafricanismo” e del “nazionalismo nero”.

Maulena Karenga

Si tratta di un periodo certamente duro per i neri d’America; la schiavitù non c’è più ma esistono ancora forti discriminazioni in quasi ogni campo della società. Il rigetto sociale fomenta forti sentimenti di alienazione verso la terra americana; gli Stati Uniti sono una matrigna abusiva che ha strappato le persone di colore dalle braccia della loro vera madre, sradicandole dall’ambiente natìo. Emerge quindi l’esigenza di una nuova unità, una nuova comunanza con il lontano, ancestrale, lussureggiante continente nero. Quest’antica patria diviene perciò l’unico stendardo, l’unico simbolo sotto cui poter riunire le sofferenze di persone che tuttavia paiono avere ben poco in comune a parte il colore della pelle: sono nigeriani, ghanesi, congolesi e soprattutto sono persone che difficilmente hanno mantenuto legami significativi con la cultura africana dei propri avi.

Ad ogni modo, è da questa ricerca di comunità e di significato che nasce il Kwanzaa, che volutamente opera una sinergia di valori e tradizioni provenienti dall’intero continente africano (per questo si parla di pan-africanismo) e persino dall’America stessa.

Ognuno dei sette giorni che costituiscono il Kwanzaa è infatti dedicato ad un particolare “valore africano” (chiamati  nguzo saba), in un evidente tentativo di restituire ai neri d’America un senso di appartenenza e complicità gli uni con gli altri. In swahili (la lingua prescelta da Maulana come la più rappresentativa della cultura africana) questi valori sono: Umoja (unità), Kujichagulia (autodeterminazione), Ujima (comunità), Ujamaa (cooperatività economica), Nia (scopo comune), Kuumba (creatività), Imani (fiducia negli altri).

Il termine Kwanzaa deriva dalla frase “matunda ya kwanza” (“I primi frutti del raccolto”) e la celebrazione, data la posizione strategica all’interno del calendario, voleva originariamente essere “un’alternativa nera” al Natale; infatti, alcuni degli esponenti della comunità afroamericana, consideravano la cristianità una religione “bianca” e quindi un’imposizione egemonica che inquinava e oscurava pericolosamente l’unità e l’indipendenza delle persone di colore. Ad ogni modo quel sentimento ora è svanito e il Kwanzaa celebra volentieri ogni differenza e tradizione del proprio popolo, mettendo in primo piano il rispetto per la sensibilità personale e i valori di ogni individuo. La celebrazione, infatti, non è tanto lontana da ciò a cui l’Occidente era da tempo abituato nel periodo invernale: momenti di convivialità con amici e famiglia, candele e scambi di doni. Dopotutto a tutti piace ricevere regali, sia in Africa che in America.

 

Fonti: Ricerca Jstor su Kwanzaa

Immagini: Copertina: http://bahaiteachings.org/wp-content/uploads/2016/12/How-Kwanzaa-Came-About-Means.jpg; Prima immagine: http://www.akron.com/newsImages/20141127000000/image/HSG-Kwanzaa.jpg; Seconda immagine: http://kentakepage.com/wp-content/uploads/2015/07/maulena-karenga-750×400.jpg

 

 

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