Che fine ha fatto lo ius soli? Un milione di italiani senza cittadinanza

“Mai potrai smettere di amare la terra con cui hai condiviso il freddo.”
Vladimir Majakovskij

 

Nonostante le numerose proteste e la tardiva calendarizzazione, il 23 dicembre 2017 la proposta di legge sullo ius soli sembra destinata a cadere definitivamente nell’oblio: con l’assenza del numero legale in aula il Senato non ha potuto votarla.

La Conferenza dei capigruppo del Senato aveva finalmente inserito nel suo calendario il disegno di legge sul cosiddetto “ius soli”, collocandolo però tra gli ultimi provvedimenti da varare: é stata data infatti precedenza alla legge sul biotestamento e a quella sulla riforma del Senato. La speranza che la riforma della legge sulla cittadinanza venisse approvata in tempi brevi si era fatta dunque molto remota: l’approssimarsi della fine della legislatura ne rendeva lontano il via libera. 

Il 23 dicembre 2017 sembra aver segnato lo stop definitivo all’approvazione della legge: con l’assenza del numero legale in aula non é stato possibile votarla. Soltanto se il Presidente della Repubblica decidesse di non sciogliere le Camere fino alla prima settimana di gennaio sarebbe possibile votarla di nuovo.

Quella della calendarizzazione del disegno di legge é stata una battaglia lunga e controversa, fatta di campagne di sensibilizzazione, dibattiti pubblici e manifestazioni. Più di 840 insegnanti, numerosi parlamentari e numerosi cittadini italiani di diversa estrazione avevano aderito allo sciopero della fame organizzato lo scorso autunno per riportare la proposta di legge nel calendario del Senato. Numerose anche le manifestazioni nazionali a Roma, presso Montecitorio. La situazione é però rimasta immobile.

Il voto sarebbe dovuto inizialmente avvenire il 15 giugno 2017; rimandato al 12 settembre, era irrevocabilmente slittato a data da definire. Secondo il capogruppo dei senatori del PD Luigi Zanda, non era presente una maggioranza simile a quella che aveva fatto approvare il disegno di legge alla Camera in precedenza.

Improvvisamente al centro dell’attenzione mediatica, nei mesi passati di ius soli si è discusso molto, spesso male e in maniera confusa o faziosa, praticamente ovunque: dai telegiornali ai quotidiani, dai salotti televisivi alle testate online. La proposta di legge, ferma in Senato dall’ottobre del 2015, prevede un ampliamento della concessione della cittadinanza, attualmente conferita in maniera automatica solo per ius sanguinis, ovvero a chi nasce da genitori italiani. La legge, con la quale si voleva sottrarre da un limbo burocratico circa un milione di italiani di seconda generazione, propone appunto l’introduzione di una forma temperata di ius soli e dello ius culturae.

Tramite lo ius soli temperato, la cittadinanza, verrebbe concessa a chi nasce in Italia da genitori stranieri, di cui almeno uno in possesso di un permesso di soggiorno dell’Unione Europea per soggiornanti di lungo periodo. Questo tipo di permesso di soggiorno a tempo indeterminato si può acquisire solo se si ha un reddito adeguato, un permesso di soggiorno italiano valido da almeno cinque anni e se si ha superato un test di lingua e cultura italiana.

Non si tratterebbe dunque, come è stato ripetuto erroneamente più volte nel corso di questi mesi, di dare la cittadinanza italiana a chi “viene partorito qui dalla madre appena scesa dal barcone”, ma di riconoscere come cittadini italiani persone che italiane, effettivamente, lo sono già, anche se attraverso requisiti che avvantaggiano inevitabilmente chi ha una migliore situazione economica.
Di ius culturae si è invece parlato molto meno, forse perché riguarda soprattutto minorenni, argomento scomodo per i contrari alla proposta di legge.

Lo ius culturae conferirebbe la cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia o qui arrivati entro il 12° anno di età, che abbiano qui frequentato per almeno 5 anni uno o più cicli di istruzione o formazione professionale. Non si finirebbe dunque per rendere cittadini italiani, come si è spesso sostenuto erroneamente, “immigrati che non parlano nemmeno l’italiano”, ma per integrare ragazzi in età scolare discriminati dallo Stato.

Si propone inoltre attraverso la legge lo snellimento delle procedure burocratiche di uno strumento già esistente, ovvero quello della naturalizzazione, che attualmente ha un iter lungo, laborioso e spesso molto dispendioso. La cittadinanza verrebbe così concessa automaticamente a un cittadino straniero arrivato in Italia prima della maggiore età, legalmente residente in Italia e che abbia conseguito un titolo di studio italiano. In nessuna delle situazioni esposte si esce mai dai binari della legalità, come invece affermano i contrari alla proposta di legge, accusata di favorire l’immigrazione clandestina.

Secondo le stime della Fondazione Leone Caressa, sono circa 800.000 i minori nati da genitori stranieri in Italia o qui arrivati in giovanissima età che potrebbero beneficiare della riforma, senza dover più incorrere in lunghe e spesso infruttuose attese. Allo stato attuale, possono ottenere la cittadinanza dai genitori, qualora questi ne facciano richiesta e riescano ad ottenerla dopo un costoso iter burocratico di più di 10 anni, solo prima del compimento dei 18 anni. Una volta maggiorenni i ragazzi figli di stranieri possono altrimenti richiedere la cittadinanza entro il compimento del 19° anno di età: una finestra di tempo molto limitata. Anche se in questo caso la procedura dovrebbe avvenire in maniera lineare, l’acquisizione della cittadinanza incontra due ostacoli fondamentali.

Il primo riguarda la mancanza di informazioni: molti giovani ignorano l’esistenza di questa possibilità. A partire da un decreto legge voluto nel 2013 dall’allora Ministro dell’integrazione Cécile Kyenge, il fenomeno si é fatto più raro perché i Comuni sono oggi obbligati ad inviare al neo-maggiorenne una comunicazione apposita. Il secondo ostacolo é invece di natura burocratica: viene richiesta una documentazione amplissima e non sempre facilmente reperibile riguardante molti aspetti della propria vita. Ad esempio, occorre dimostrare di aver avuto residenza legale in Italia fino alla maggiore età senza interruzioni. Non é sempre facile documentarlo e bastano la mancata comunicazione di un cambio di residenza o l’inserimento in ritardo del minore nel permesso di soggiorno da parte dei genitori per rendere la procedura molto difficile.

Se anche questa via risulta inaccessibile, il ragazzo dovrà fare richiesta da adulto. Se é nato in Italia, il requisito di residenza é di tre anni, con un iter comunque complicato ma certamente più breve. Se invece il minore non è nato in Italia, ma magari vi è arrivato da bambino, deve sottoporsi allo stesso iter degli stranieri arrivati da adulti: ottenere un permesso di lunga durata, risiedere stabilmente in Italia per almeno 10 anni, senza poter uscire dal Paese e poi inoltrare la domanda, che si completerà dopo un iter di altri 2-5 anni. Si parla dunque di arrivare spesso a più di trent’anni da stranieri nel proprio Paese, con enormi spese e rinunce.

Il dibattito sullo ius soli è riuscito dunque a scoperchiare un vaso di Pandora, evidenziando innumerevoli criticità nella situazione sociale e politica italiana: la lentezza e l’inadeguatezza della macchina burocratica e legislativa italiana, la frattura quasi insanabile tra cittadini e rappresentanti politici, sempre meno capaci di individuare le emergenze sociali del Paese ed il costante ritardo con cui la politica e la società italiana rispondono a situazioni ormai consolidate come quella dell’immigrazione.

Man mano però che lo spazio dedicato all’argomento ha cominciato a diminuire sui giornali e nelle televisioni, l’attenzione sul tema è scemata anche tra i cittadini. Sepolta dal marasma di notizie più recenti, la questione della legge sulla cittadinanza è rimasta aperta, senza finale.

 

Credits immagini:           Fonti:

Copertina.                        Senato e proroga

Immagine 1.                    Studio Fondazione CaressaIus soli

Immagine 2.                     Decreto Kyenge

Immagine 3.                     Sciopero fame e protesta

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