Un bambino che non esiste: l’Italia e la tutela delle famiglie arcobaleno

“I tuoi figli non sono i tuoi figli. Sono figli e figlie del desiderio della vita per se stessa.”
Kahlil Gibran 

Un Natale col fiato sospeso per una famiglia italiana residente all’estero. É quella di un bambino registrato all’anagrafe di Perugia solo 10 mesi dopo la nascita perché di una coppia omosessuale. La vita della sua famiglia é stata sconvolta dal vuoto burocratico.

Esiste un bambino di poco più di un anno che per l’Italia e l’Europa é stato per 10 mesi un fantasma. Niente pediatra, niente asilo, niente documenti, niente possibilità di viaggiare. Solo un elenco interminabile di diritti negati. Ancora incapace di esprimersi, il bambino era già stato respinto dal Paese dei suoi genitori, l’Italia, che ne impediva da mesi la registrazione all’anagrafe. La sua colpa? Avere due madri omosessuali.

Questa vicenda, che sta soltanto ora ricevendo attenzione da parte di grandi testate, é solo una delle storie di incongruenze burocratiche che caratterizzano la questione dell’omogenitorialitá in Italia, terreno di una feroce battaglia ideologica. Troppo spesso infatti risulta difficile per la politica e le autorità italiane riuscire a trattare il tema delle famiglie arcobaleno non come astratto fenomeno sociale, ma come una realtà fatta di persone, vite e quotidianità negate.

Nato nel dicembre 2016 da una coppia di madri italiane, che lo hanno concepito attraverso l’inseminazione artificiale (una delle madri ha donato l’ovulo, l’altra lo ha portato in grembo), il bambino viene al mondo a Barcellona. Le due donne, sposate in Spagna e iscritte all’albo dell’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) di Perugia, avevano pianificato perfettamente ogni mossa e non avrebbero dovuto incontrare ostacoli lungo la loro strada. Dal momento che in Spagna non vige lo ius soli, il bambino avrebbe dovuto acquisire la cittadinanza italiana tramite le due madri. Il 1 febbraio 2017 il Consolato italiano a Barcellona aveva dunque trasmesso al Comune umbro tutta la documentazione necessaria per la registrazione dell’atto di nascita.

Come assicurato dall’avvocato assunto prima di intraprendere il percorso, sarebbe dovuta essere una procedura burocratica quasi automatica o almeno molto semplice.

Anche per quanto riguarda le famiglie omogenitoriali, con le ultime sentenze, la Cassazione ha infatti riconosciuto che “trascrivere un atto di nascita, regolarmente formato all’estero, non va contro l’ordine pubblico”. Invece la coppia si ritrova di fronte ad un ritardo incomprensibile fatto di mesi e mesi di silenzio e di attesa. Intanto però il bambino vive come un apolide ufficioso: senza documenti non può essere iscritto all’anagrafe spagnola, né a quella italiana. Inesistente per lo Stato spagnolo, non ha diritto nemmeno all’assistenza sanitaria. Per poterlo iscrivere all’asilo, il direttore della struttura spagnola inventa addirittura un codice, in attesa di quello reale.
Quando finalmente l’Amministrazione comunale perugina risponde, è per richiedere un documento mancante, prontamente inviato.

L’attesa interminabile riprende, trascinando le madri in un limbo angosciante, fino ad una nuova richiesta: il Comune chiede il certificato di parto che specifichi quale delle due donne abbia dato alla luce il bambino. Anche se non si tratta di un documento indispensabile, la peregrinazione da un ufficio all’altro ricomincia e anche questo documento viene spedito.

Il 30 maggio però ecco il blocco definitivo: alle due madri non viene data altra scelta che ricorrere alle vie legali. Il Comune di Perugia infatti non può essere aggirato: per appellarsi alla Corte Europea occorre aver esperito tutti i gradi di giudizio in Italia e non é possibile tentare la registrazione in altri Comuni, dal momento che l’ultima residenza italiana della coppia é stata Perugia e pertanto la famiglia é stata registrata automaticamente all’Aire della città.

Più tardi, il 29 giugno, su richiesta di un gruppo di 34 senatori, tra cui Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà, viene presentata un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Minniti perché vengano date indicazioni ai Comuni sulla giurisprudenza in materia e situazioni simili non abbiano più luogo.

Soltanto il 28 dicembre 2017, dopo più di 10 mesi di vuoto burocratico, il Comune umbro ha ceduto, registrando finalmente il bambino all’anagrafe, ma attribuendogli una sola madre. La questione dunque é ancora in sospeso: occorrerà l’intervento del tribunale per rettificare la situazione.

Rimane comunque assolutamente indispensabile una forma di tutela legislativa nei confronti delle famiglie arcobaleno. Ad oggi infatti, dopo lo stralcio dell’adozione del figlio del partner dal DDL Cirinnà, non esiste ancora una legge che riconosca diritti ai figli delle coppie omogenitoriali. Sono dunque bambini e adolescenti le vere vittime incolpevoli di questo scontro ideologico.

Credits immagini: immagine, immagine, immagine

Fonti: Espresso.it, Gaypost.it

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