Schiave: dalla Nigeria in Italia, tra prostituzione e sfruttamento

“Lo schiavo a tempo pieno. Dio a tempo ridotto” Chuck Palahniuk

 

La prostituzione delle donne migranti nigeriane é un fenomeno sempre più presente in Italia. Le loro storie intrecciano sfruttamento, povertà, sogni di una vita migliore e superstizione.

Come mostra un recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, il numero delle donne nigeriane approdate in Italia é aumentato da 1.500 nel 2014 a 11.000 nel 2016. Il destino che attende circa l’80% di queste é la prostituzione: dal Sud al Nord Italia, il fenomeno si estende a macchia d’olio lungo tutta la penisola, intrecciandosi spesso con i traffici delle organizzazioni criminali locali.

Si tratta di donne di ogni età, spesso giovanissime, a volte addirittura minorenni e sotto l’età del consenso; arrivate in Italia clandestinamente, si trovano a dover restituire ai trafficanti che hanno loro organizzato il viaggio somme di denaro ingenti, spesso superiori ai 30.000 euro.

Si tratta prevalentemente di prostituzione di strada: il documentario del Guardian “On the road” mostra quanto il fenomeno in crescita abbia radicalmente modificato l’aspetto della Strada Bonifica, una superstrada di circa 16 km nel Centro Italia, sulla costa adriatica, oggi praticamente costellata di giovani donne africane e per questo ironicamente chiamata “la strada dell’amore”.

Le donne sono costrette a lavorare a cielo aperto ogni giorno, in ogni periodo dell’anno, incontrando centinaia di clienti. Il costo medio di ciascuna prestazione di aggira intorno ai 20 euro: secondo un rapporto di Save the children dell’agosto 2015 ogni donna impiega dai tre ai sette anni per estinguere il debito, a cui si aggiunge una sorta di affitto quotidiano della superficie di marciapiede occupata.

Fanno da tramite con i trafficanti delle figure intermedie, le madam, vere e proprie mezzane che intascano una percentuale di ogni prestazione. Si tratta nella maggior parte dei casi di ex-prostitute che, dopo aver ripagato il proprio debito ed essersi definitivamente stabilizzate in Italia, sono passate dal ruolo di sfruttate a quello di sfruttatrici. A differenza delle loro sottoposte, le madam hanno rapporti con il mondo esterno: spesso hanno imparato l’italiano durante la permanenza, hanno un’abitazione privata e hanno formato relazioni affettive con i locali.

Nonostante le condizioni quasi quotidiane di abuso, violenza e intimidazioni, poche delle donne nigeriane sfruttate fuggono, denunciano o abbandonano l’attività. Nella maggior parte dei casi sono infatti soggiogate dalla paura di ritorsioni sulle loro famiglie in Nigeria e dalla minaccia della maledizione Juju. Prima di mettersi in viaggio, la maggior parte di loro si sottopone infatti ad un complesso rituale sciamanico, simile, agli occhi di un europeo, ad un rito voodoo. Se non estingueranno il debito, le donne sono convinte che spiriti maligni perseguiteranno loro e le loro famiglie in patria. Come spiegato dall’associazione On the road, che si occupa di allontanare le donne nigeriane dalla strada, si tratta di una superstizione davvero difficile da eradicare.

In ogni caso, la situazione di alienazione e di isolamento delle prostitute, prive di contatti, della padronanza dell’italiano e di documenti, rende loro incredibilmente difficile riuscire a trovare un’alternativa allo sfruttamento, nonostante siano attive sul territorio numerose associazioni e operazioni di volontariato che cercano di interrompere la catena di abusi.

Amuleto Juju

A spingere le migranti nigeriane a partire non sono conflitti armati, dittature o governi repressivi, ma l’estrema povertà del Paese: la popolazione é polarizzata tra una maggioranza indigente e senza prospettive e una ristretta elite che beneficia delle esportazioni di petrolio. Sulla carta infatti la Nigeria risulta uno degli Stati più ricchi, potenti e popolosi dell’Africa, come mostrano le ricche ville in stile europeo nei sobborghi delle città principali.

Non é molto difficile dunque per i trafficanti fare leva sulle illusioni delle fasce più povere della popolazione, specie delle zone rurali e con un più basso tasso di alfabetizzazione. Inoltre, come ha dichiarato Simona Moscarelli, avvocato che lavora per l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, il numero di minori coinvolto nel traffico é aumentato in maniera vertiginosa: “Le vittime adolescenti– afferma Moscarelli-vengono manipolate più facilmente e sono attratte da beni superficiali”.

Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le donne nigeriane di oggi hanno una consapevolezza diversa rispetto alle prime vittime di tratta, approdate in Italia negli anni ’80. Grazie al passaparola delle ex-prostitute tornate in patria, sono infatti diventate meno frequenti, anche tra le adolescenti, le nigeriane convinte di essere destinate a diventare parrucchiere o inservienti. Molte accettano di buon grado l’idea di prostituirsi, ma la loro non é la consapevolezza piena di un consenso: non sono mai perfettamente a conoscenza delle condizioni brutali dello sfruttamento, del lavoro che le aspetta e delle dimensioni del debito. É improprio quindi definire questa realtà sex work: occorre invece parlare di sex trafficking.

Uno dei percorsi più utilizzati

Le vittime della tratta, come evidenziato da un reportage del Financial Times, affrontano un viaggio lungo mesi di più di 4000 km attraverso l’Africa su motorette, minivan, furgoni e mezzi di fortuna fino alla costa mediterranea della Libia; qui vengono imbarcate su navi e gommoni in un rischioso viaggio verso la Sicilia. Durante ogni fase del viaggio, inoltre, non é raro che le donne subiscano abusi, violenze, furti e stupri.

La prostituzione delle migranti nigeriane, come già ricordato, non é un fenomeno nuovo in Italia: i loro primi connazionali immigrati, negli anni ’80, notando un potenziale mercato, avevano aperto e strutturato un vero e proprio traffico di esseri umani. Dal 2015 in poi però, con i conflitti e la crisi in Libia, i numeri sono cresciuti notevolmente: in quell’anno, tra i 180.000 migranti approdati in Italia dopo aver attraversato il Mediterraneo, si contavano almeno 5.000 donne nigeriane, il quadruplo dell’anno precedente. Secondo Simona Moscarelli dell’OIM, si prospettava una vita di prostituzione per circa la metà di queste. “La Libia é diventata un centro logisticospiega l’avvocato- e i trafficanti sono diventati organizzatissimi riguardo alla tratta e al modo in cui veicolare donne sulle imbarcazioni. Le condizioni della schiavitù fisica sono orribili e sono peggiorate”.

L’attuale crisi dei migranti, che muove ogni anno sempre più persone verso i Paesi dell’Europa occidentale, ha infatti assorbito e reso invisibile questo traffico. Myria Vassiliadou, coordinatrice dell’organo dell’Unione Europea che si occupa di anti-trafficking, ritiene che le donne nigeriane in Italia siano tra le vittime più vulnerabili di questa schiavitù moderna e teme che nell’attuale dibattito sulla migrazione non si parli di loro. La natura del crimine é taleafferma che queste persone rimangono nascoste”.

Questo fenomeno di sfruttamento va infatti inserito in un disegno più grande: il traffico di esseri umani, come rivela l’organizzazione Stop the Traffik, é un mercato in espansione in molti Paesi. Secondo l’ONU, questo commercio copre ogni continente, con più di 500 percorsi. Con il passare del tempo, infatti le organizzazioni criminali internazionali si sono adattate a sfruttare le esigenze di un numero sempre maggiore di persone in movimento: l’Organizzazione Internazionale del Lavoro parla di circa 21 milioni di vittime di lavoro forzato nel mondo. Di queste circa 4,5 milioni sono coinvolte nello sfruttamento della prostituzione. Non tutti i migranti coinvolti vengono infatti sfruttati per il sesso a pagamento: il destino di molti di loro comprende oltre ai lavori forzati, adozioni e vendita di organi. 

 

Credits immagini:.                             Fonti:

immagine di copertina.                    The Guardian,

 immagine 1.                                       Vita.it

 immagine 2.                                        Financial Times

 immagine 3.                                        Internazionale

Immagine 4

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