Tirtha: quando gli indù fanno pellegrinaggio.

Guarda, o tu dalle fattezze irreprensibili, gli aspetti che assume il Gange qui dove la sua corrente viene rotta dalle onde della Yamuna” Kalidasa, massimo poeta dell’antichità sanscrita.

 

Parlando di pellegrinaggio si può pensare al Cammino di Santiago, alla terrasanta o anche alla Mecca; raramente però si considera anche l’India: terra di grande spiritualità, non ha nulla da invidiare a queste mete in quanto a turismo religioso.

Tirthayatra significa “viaggio ai tirtha” dove tirtha significa “guado sacro”. I tirtha sono i luoghi sacri dell’induismo e il loro nome contiene la stessa radice verbale di “avatara” ovvero “discesa” del dio in terra. Si tratta di luoghi in cui, secondo la fede indù, il mondo spirituale si avvicina al mondo terreno, permettendo così ai fedeli di interagire più intensamente con la divinità. I guadi sacri sono luoghi storici e rinomati nelle leggende indiane e i più importanti attirano a sè un intenso flusso turistico che da sempre contribuisce all’identità e all’economia indiana. Il tirthayarta  (pellegrinaggio) consiste nello spostamento fisico come metafora di un movimento spirituale verso il guado. Al giorno d’oggi la dimensione metaforica del pellegrinaggio è più che mai evidente, considerate le numerose imprese di viaggi adeguatamente organizzati, adeguatamente comodi e adeguatamente costosi e dedicati a fedeli d’ogni dove. D’altro canto, la spiritualità indù non pare essere intaccata da queste trivialità, vista la sorprendente popolarità di molte di queste mete.

Si può immaginare che il devoto arrivato al tirtha si presenti come dinnanzi ad un’invisibile porta che il viaggio gli ha permesso di varcare in quanto lo ha reso degno per incontrare il dio. In questi luoghi la presenza dell’acqua è una costante. Come in molte altre tradizioni l’acqua è una materia densa di significati per l’induista medio: essa è purificante e, prima di presentarsi al divino, è necessario eseguire una pulizia del corpo (nonché dello spirito) una volta arrivati al tirtha. La maggioranza di questi guadi si trova alle rive di un fiume o di uno specchio d’acqua con una densità direttamente proporzionale alla loro sacralità. Ovviamente il Gange, o meglio la dea Ganga, che è il fiume più sacro del subcontinente, è letteralmente costellata di tirtha, dei quali uno dei più sacri pare essere presso la città di Prayag (anche chiamata Allahabad). In corrispondenza di questa città, infatti, la Yamuna (massimo affluente della Ganga) vi si immette e si tratta di un’affluenza narrata nei celebri versi del poeta considerato il più eccelso dell’antichità sanscrita: Kalidasa.

Abluzioni rituali alla confluenza dei fiumi.

Tra tutti i tirtha, però, la fama di Prayag viene eclissata dal vero re del pellegrinaggio spirituale indiano: Varanasi, la città di Shiva. La leggenda vuole che chi muore nei suoi confini possa liberarsi direttamente del ciclo di reincarnazioni, pertanto molti pellegrini sono malati terminali.
Varanasi si trova più a oriente lungo la Ganga rispetto a Prayag e rappresenta il centro della spiritualità legata al dio asceta Shiva. Si tratta di una divinità apparentemente contradditoria: è il dio Yogin dell’ascesi, ma allo stesso tempo è il selvaggio campione dell’erotismo e della passione sessuale. Non a caso, anche a Varanasi, i suoi templi lo rappresentano con un simbolo chiaramente fallico: il linga. L’idea è che l’enorme potere di astensione e di continenza di Shiva (ma anche di ogni altro asceta) permette al dio di “immagazzinare” potere erotico in una simbiosi sacra decisamente poco familiare ad una mente occidentale.
Ad ogni modo, a Varanasi i pellegrini convergono, tra le altre attrazioni di questa meta spirituale mondiale, per visitare Vishvanatha, il massimo tempio di Shiva, che contiene jyotirlinga: il linga di luce.

La riva di Varanasi

 

Fonte                                                 Immagini
“Viaggio nell’India del Nord”            copertina
bagno nel fiume
Varanasi

 

 

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