Presidente e schiavo. Lulja, prestanome di una falsa cooperativa

“Lavoro è vita, senza quello esiste solo paura e insicurezza”
John Lennon


Quando si ha bisogno di un lavoro si finisce a firmare di tutto per avere nulla. Lo sa bene Lulja Harum, inconsapevole presidente di una falsa cooperativa, a cui la cui scelta di scioperare è valsa il licenziamento

Qualcuno bussa alla porta, chiama “Presidente” il padrone di casa e gli chiede conto di svariate migliaia di euro. Chi nella vita aspiri al prestigio, al denaro, al potere, potrebbe immaginare di trovarsi dentro un bel sogno che tratteggia un possibile futuro. Per il giovane Lulja Harum, trent’anni, invece è un presente da incubo.
Chi ha suonato alla sua porta infatti è la Guardia di Finanza, secondo la quale il ragazzo risulta presidente della cooperativa nella quale lavorava, insieme ad altri settantaquattro operai stranieri. Lulja parla un italiano quasi incomprensibile, sufficiente però a spiegare che il lavoro che hanno appena perso, in subappalto a un’azienda modenese che lavora carni, gli è stato tolto come punizione per avere scioperato.

Anche secondo le recenti modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, un lavoratore ha diritto al reintegro se un licenziamento è considerato discriminatorio. Lulja però non può ricordarlo a nessuno, perché ha bisogno di un permesso di soggiorno. E il permesso, senza un lavoro, diventa carta straccia. E niente è più facile che far firmare a un ragazzo analfabeta della lingua del paese in cui si trova l’assunzione della qualifica di presidente di una cooperativa. E mandargli a casa le Fiamme Gialle, a esigere indietro per conto dello Stato una somma che Lulja non ha mai visto tutta insieme.

Le proteste contro l’azienda dove lavorava Lulja Harum

Il “presidente” Harum, in cambio di uno stipendio di mille euro, si trova così debitore di almeno seicento volte tanto, perché chi gli ha messo davanti quei fogli voleva risparmiare tasse.
Lulja abbassa gli occhi, mentre parla. Si vergogna, ma sa di essere uno dei tanti. Solo nel modenese, delle 1460 cooperative ufficialmente registrate, solo 950 sono attive.
Non è fiero delle sue azioni, Lulja, ma ha scelto di raccontare la sua storia, perché spiega meglio di molte inchieste lo sfruttamento delle false cooperative.

Racconta ai finanzieri di essere arrivato in Italia nel 2008 e di essersi arrangiato con lavori di fortuna. Poi la proposta di un contratto di lavoro. In cambio, bastava che firmasse “dei fogli”. “Ma io – ha aggiunto – quelle carte le ho firmate solo per avere un lavoro, mantenere economicamente la mia famiglia e restare in Italia. Non sapevo cosa stavo facendo”. Così Lulja Harum è diventato un prestanome che permetteva ai suoi capi di non versare tasse e contributi. Difficile stupirsi fino in fondo che a offrirgli il lavoro sia stato un uomo, detto Codino, con precedenti per traffico di droga. Uno che nessuna azienda avrebbe potuto assumere.
Sparito, naturalmente, appena le autorità hanno indagato su cooperativa e azienda, così come i responsabili. Ai militari, così, non è rimasto che bussare a casa di Lulja.
La storia di Lulja è arrivata alle orecchie di politici e sindacati, ha fatto rumore. E alcuni lavoratori sono stati riassunti.. Non tutti, però. Solo chi ha scelto di non scioperare.
Lulja no. Gli esattori alle costole, resta senza lavoro. Perché ha alzato la testa.

Fonti:                                            Immagini:
Dichiarazioni                                Coopertina
False coop Modena                     Foto 1
Articolo 18

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