Quale futuro per la generazione Boh nella corsa allo stage?

Il futuro è l’unico tipo di proprietà che i padroni concedono liberamente agli schiavi.
(Albert Camus)

 

I Millenials che hanno finito gli studi sono ormai nel pieno dell’età adulta. Ma si confrontano con un futuro incerto che li costringe a destreggiarsi fra stage e lavori di pochi mesi. Come potrebbero immaginare una solidità?

I saggisti americani sono William Strauss e Neil Howe sono stati essenziali per definire temporalmente la Generazione Y, che preferivano identificare come Millenial con una definizione coniata dai suoi stessi membri. Nel loro libro “Generations: The History of America’s Future, 1584 to 2069″  definiscono come i primi Millenials i giovani nati nel 1982.
Giovani che oggi hanno 36 anni: un’età nella quale la generazione dei propri genitori aveva conosciuto la stabilità economica e la maturità necessarie a costruire una progettualità che li aveva resi professionisti in carriera, genitori, individui emancipati.
Una situazione che alla maggioranza dei coetanei di oggi appare preclusa. Un sondaggio online su scala europea che chiamava questi giovani a identificarsi con un termine, li ha sintetizzati come la generazione “boh”.
Un’incertezza diffusa che si sostanzia in particolare nel timore per il lavoro e il futuro, che accomuna il 60% dei partecipanti al sondaggio.
Lavoro che non c’è, e se c’è offre orizzonti talmente brevi da non concedere spazio a un futuro solido, all’intenzione di assumersi responsabilità. Secondo l’Istat il 40 per cento dei giovani non ha un’occupazione, e due milioni e mezzo di trentenni rientrano fra i cosiddetti NEET, coloro cioè che studiano e non lavorano.

C’è chi li definisce svogliati, pigri, poco disposti a mettersi in gioco. Ma cosa aspetta davvero un giovane che si affaccia al mondo degli adulti, alla ricerca di una autosufficienza?
Stage mal pagati, tirocini, periodo di lavoro formativo di due, quattro, sei mesi di contratto a progetto, a chiamata.
Le storie simili a quella di Gloria, 28 anni, non si contano.
Liceo linguistico a Pavia e Laurea in interpretariato in un prestigioso ateneo milanese messa in tasca, non è rimasta con le mani in mano. Ha così avuto inizio una lunga teoria di esperienze in cui trovano spazio tutte le parole più note ai suoi coetanei.

gloria stage

Prima fra tutti, stage. Trovati sul celebre portale Almalaurea, Gloria ha sperimentato le situazioni più diverse. In un hotel. In un’agenzia interinale, contratto di tre mesi a 300 euro.
Ma anche come commessa in un duty free, 200 euro e tre mesi durante i quali “Ci guardavano male o ci rimproveravano appena andavamo in bagno”, nonostante si lavorasse in sei per turno, tanto che nelle esperienze successive “non ho più osato muovermi dal mio scaffale se non in pausa”.

Familiare ai suoi coetanei – ma non solo – anche il lavoro a chiamata: ” stata abbastanza fortunata: solo una volta mi hanno chiamato all’ ultimo momento, di solito sapevo dove dovevo andare con almeno due settimane di anticipo. : può andar bene qualche anno da studenti ma ho incontrato gente ben più grande di me che per arrivare a fine mese doveva destreggiarsi tra 3 o 4 oppure ce la faceva perché il marito/moglie  compagno/a aveva un lavoro fisso Pochi erano in grado di arrivare a fine mese senza aiuti dai genitori”

Uno stato di cose che ha ormai assunto i connotati dell’abitudine, di un’inevitabilità che talora i datori di lavoro si premurano di sottolineare, o di spiegare con formule anch’esse ormai note. Rievoca Gloria: “Non mi hanno mai fatto la “predica ” (cioè, niente discorsi tipo: “eh cosa vuole ora si fa così, non possiamo farci niente”) Credo che per tutti ormai fosse cosa ovvia questo modo di fare. Però ricordo che in un posto mi dissero “non possiamo offrirle molto in termini di denaro ma come formazione lavorativa si”.

Quale può essere il parere di una generazione chiamata a destreggiarsi tra queste forme di impiego? “Dico solo che andiamo ben oltre il pessimo, ci hanno sempre detto che per riuscire nella vita dovevamo studiare il più possibile poi sono accadute una serie di cose che ci hanno  resi precari.  Ci viene detto che l’aver studiato va bene ma non  possiamo pretendere di guadagnare quanto gente che è li da vent’anni, il che va benissimo, io ed altri siamo disponibilissimi ad imparare, peccato che manchi la voglia d’insegnarci“.

La parola futuro, su queste basi non può che mancare di fondamenta solide. Non resta che cercare, non demordere, inanellare esperienze di pochi mesi in pochi mesi, perché “l’importante è avere un lavoro, piuttosto che niente è meglio piuttosto, sempre meglio che stare a casa”.

Fonti:                                                            Immagini:
Generazione Boh                                          Foto copertina 
Istat                                                               Gloria

 

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