Iqbal e Tayyaba, vite parallele contro lo sfruttamento

“Potranno toglierci anche la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà”, William Wallace

Lo sfruttamento minorile è una triste realtà di dominio globale che gode di scarsa copertura mediatica. I dati in merito sono chiari: un terzo dei bambini africani, il 15-20% dei loro coetanei sudamericani, circa 77 milioni di bambini nel sud-est asiatico sono sfruttati sul posto di lavoro. Negli ultimi decenni la questione si è imposta all’attenzione mediatica tramite i casi di Iqbal Masih e di Tayyaba.

 

Iqbal Masih: il coraggio della rivolta

Iqbal Masih nacque nel 1983 a Muridke, una cittadina pachistana, da una famiglia in difficili condizioni economiche. Per sanare un debito di 12 dollari contratto in occasione del matrimonio della figlia maggiore, la famiglia vendette Iqbal ad un fabbricante di tappeti per l’irrisoria cifra di 26 dollari. Iqbal aveva solo 5 anni.

Per 6 anni lavorò incatenato al telaio per 14 ore al giorno, in condizioni igieniche di degrado assoluto, con uno stipendio di una rupia (3 centesimi di euro) al mese. Tentò una prima volta di fuggire dalla fabbrica, ma quando si rivolse alla polizia constatò amaramente che anch’essa era collusa con il racket del lavoro minorile: Iqbal fu infatti riportato in fabbrica. I suoi tentativi di ribellarsi al padrone gli costarono più volte la reclusione in una sorta di pozzo nero quasi senz’aria, che Iqbal chiamava “la tomba”.

Nel 1992 riuscì ad evadere dalla fabbrica-prigione e unirsi ad una manifestazione del BLLF (Bounded Labour Liberation Front), il Fronte per la Liberazione dal Lavoro Schiavizzato. Da questo momento in poi fu preso sotto l’ala di protezione di Eshan Ullah Khan, presidente dell’associazione. Iqbal fu avviato ad un percorso di istruzione ed educazione e partecipò a numerose conferenze sullo sfruttamento del lavoro minorile. Rifiutò persino una borsa di studio del Brandeis University di Waltham, negli Stati Uniti. Aveva solo undici anni.

Iqbal si rifiutò di trasferirsi negli Stati Uniti per combattere la mafia degli sfruttatori dei tappeti in Pakistan. Alla fine, riuscì con l’aiuto della BLLF ad emancipare circa tremila bambini dalla schiavitù (sotto, bambini impiegati nella costruzione di mattoni in Nepal). Partecipò ad una importante conferenza sul lavoro minorile a Lahore, nel 1995. Tuttavia, mentre si recava in chiesa il giorno di Pasqua, il 16 aprile 1995, fu ucciso da alcuni colpi di pistola esplosi da una macchina a vetri oscurati. Nonostante i chiari sospetti sulla natura dell’omicidio, la polizia pakistana derubricò il fatto a conseguenza di una lite esplosa tra Iqbal e un non meglio precisato contadino locale. Il caso fu di fatto insabbiato.

Tayyaba: torturata per una scopa

A seguito della morte di Iqbal nuove normative entrarono in vigore sia in India che in Pakistan, visto anche il clamore internazionale seguito all’omicidio. Numerose fabbriche di tappeti furono chiuse, ma poco fu fatto in termini legislativi. Ci volle un’altra traumatica vicenda a far prendere provvedimenti più incisivi. Tayyaba è una bambina di 10 anni, domestica della moglie del giudice Raja Khurram Ali Khan, che in un fatidico giorno dell’anno 2016 smarrisce una scopa: per questo viene crudelmente torturata dalla sua padrona.

A seguito delle pressioni delle autorità del Punjab e del Khyber Pakhtunkhwa, il 27 gennaio 2017 l’assemblea Sindh del sud-est Pakistan promulga il “Sindh Prohibition of Employment of Children Bill 2017”, con cui è severamente vietato l’impiego di bambini al di sotto dei 14 anni e prevede una pena che incorrere in cospicue sanzioni pecuniarie. La Costituzione pachistana prevede (nell’articolo 25) che l’istruzione sia gratuita e obbligatoria fino ai 16 anni ma la normativa rappresenta di fatto una contraddizione perché un bambino deve poter terminare il suo ciclo di studi prima di immettersi nel mondo del lavoro.

La lotta contro lo sfruttamento minorile in generale e nel sud-est asiatico in particolare, ha – purtroppo- ancora una lunga strada da percorrere. Una strada che ha chiesto il sacrificio della vita per i più coraggiosi, che chiede impegno quotidiano e sensibilizzazione costante per tutti per poter arrivare a dire alla fine, come Iqbal amava ripetere alla liberazione di ogni bambino dalla schiavitù: noi siamo liberi!

 

Fonti:                           Credits immagini:

Asianews.it.               Immagine di copertina

Corriereuniv.it.           Immagine 1

TPI.                              Immagine 2

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