“Non é lavoro, é sfruttamento”: Marta Fana racconta il lavoro oggi

     “Lavori per non pensare a che lavoro fai” Lo Stato Sociale

 

Il lucido saggio dell’economista siciliana offre una chiave di lettura valida per tutto il mondo del lavoro attuale: quella dello sfruttamento.

Di Marta Fana, brillante ricercatrice in Economia presso l’università Science Po di Parigi e autrice del recente “Non é lavoro, é sfruttamento”, si sente sempre più spesso parlare.

Il saggio, divenuto un vero e proprio caso editoriale, contiene un’analisi dei meccanismi che guidano attualmente il mercato del lavoro, partendo dalle testimonianze e dalle esperienze di lavoratori dei campi più svariati.

Il libro segue con estrema attenzione le vicende di vecchie e nuove figure professionali, impiegate in settori apparentemente diversissimi: dai lavoratori della logistica, costretti a turni e performance massacranti, ai dipendenti pubblici pagati tramite rimborsi minimi e sfruttati per anni con contratti part-time, ai fattorini e pony express, pagati cifre irrisorie a cottimo e privi di ogni tutela. E oltre a loro sono descritte anche le situazioni di ricercatori universitari, operai metalmeccanici, medici e altre categorie tradizionalmente tutelate, che oggi invece risultano ingabbiate tra le maglie del precariato. Non manca poi un’indagine su nuovi fenomeni come quello dell’alternanza scuola lavoro nelle scuole superiori, che impone stage non retribuiti agli studenti e quello pericolosamente in crescita dei NEET (Not engaged in Employement Education or Training), giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono impegnati in un percorso di studi o formazione e non lavorano.

Marta Fana

Progressivamente spogliati di diritti anche basilari, come ferie, permessi per malattia e pause, questi lavoratori possono essere quasi definiti i proletari del Nuovo Millennio: come spiega lo studioso Davide Villani “più che new economy sembra di essere tornati agli albori della società industriale.”

Gli elementi che accomunano quasi tutte le attività descritte sono due: la progressiva precarizzazione e l’impoverimento del lavoro. 

Un ventennio di riforme del lavoro iperliberiste, con cui i Governi avrebbero favorito medie e grandi imprese e permesso il congelamento dei diritti fondamentali, ha, secondo Fana, decretato un cambiamento strutturale nel mondo del lavoro.

Come riporta la ricercatrice in un’intervista per Repubblica, nonostante le dichiarazioni politiche affermino esattamente l’opposto, i dati Istat confermano che l’aumento di contratti a tempo determinato non avviene più in via provvisoria: sono diventati parte fondamentale della struttura stessa del mercato del lavoro. “Se prima si accettava il fatto di avere contratti precari e retribuzioni più basse come passaggio necessario per arrivare a contratti stabili e stipendi adeguati- spiega Fana- ora ci si è rassegnati a non essere mai più stabilizzati.” 

Creare un tale clima di rassegnazione é stato possibile, secondo l’autrice, grazie alla narrazione di un onnipresente ostacolo esterno“Non si è fatto abbastanza per la flessibilità necessaria alle imprese per investire, non possiamo alzare i salari perché ci sono le pensioni da salvaguardare. Così si accettano stage o finti tirocini per 400 euro al mese. Una prassi che dalle professioni si è allargata ai lavori usuranti: un tempo operai e manovali non erano disposti ad accettare uno stipendio basso o in nero, ora lo sono anche loro”

Si parla di una precarizzazione che investe ormai anche la fascia medio-alta dei lavoratori, quella che spesso possiede un più alto grado di istruzione e che aspira ad entrare nella ristretta cerchia che gode di benessere economico. Quella che Fana chiama “l’economia della promessa” spinge infatti questi lavoratori ad accettare ogni tipo di sopruso pur di raggiungere lo sperato avanzamento nella piramide economica della società.

La flessibilizzazione del lavoro é inoltre riuscita in molti casi a spezzare quei legami tra colleghi che avrebbero potuto portare a proteste e unioni, creando quella che Fana definisce “individualizzazione dei rapporti”. Privi di sindacati che possano rappresentarli e immersi nella perenne ansia di non venire convocati o essere allontanati, i lavoratori sembrano sempre più soli e sempre più vulnerabili. L’unione della classe lavoratrice non pare però definitivamente perduta, come hanno rivelato recenti proteste, come quella dei pony express di vari marchi e degli impiegati di grandi multinazionali della logistica.

Il progressivo abbassamento dei salari ha poi contribuito ad una paralisi economica: il Fondo monetario europeo conferma che le retribuzioni irrisorie non consentono di innescare una nuova crescita. Secondo Fana, la narrazione politica dominante, che cerca invece di ribadire la necessità di riforme come il recente Jobs Act, non sembra però voler favorire un’inversione della tendenza: solo in Italia si contano oltre 18 milioni di persone sotto la soglia di povertà, una cifra che continua a crescere.

 

Credits immagini:.                             Fonti:

Immagine di copertina,.                  Repubblica.it

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immagine, 2.                                     Corriere.it

 

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