Nuovi insegnanti, nuovi allievi

Forse è questo insegnare: fare in modo che ad ogni lezione scocchi l’ora del risveglio”

Daniel Pennac

 

Diamo la parola ai giovani insegnanti che si apprestano ad educare i nativi digitali e a far conoscere loro ciò che c’era prima degli smartphone e dei social network.

Bastano dieci, al massimo quindici anni per cambiare completamente la percezione dell’approccio dei giovanissimi alla scuola. Non si tratta di una fase detta a caso, con retorica e una punta di superiorità da un ministro, da uno studioso o da un sociologo, ma dell’affermazione di un ventisettenne che da due anni, pochi mesi dopo essersi laureato in Lettere, ha iniziato a frequentare il mondo della scuola in veste di supplente.

“Non nascondo che la prima strada per cui avevo optato era quella del dottorato. Ci ho provato e non ho vinto la borsa, quindi in attesa di riprovarci mi sono detto che avrei dovuto fare qualcos’altro.” racconta Michele, laureato in Lettere Moderne “L’idea di fare l’insegnante non mi ha mai disgustato, come invece ho constatato succeda a tanti miei compagni di studi. Se non mi fossi trovato bene, sarebbe stata un’esperienza come tante che, come minimo, mi avrebbe portato a confrontarmi con gli altri. Una volta in graduatoria sono stato contattato diverse volte per supplenze di quindici-venti giorni e nell’arco di un anno e mezzo ho girato parecchie scuole medie. Per fortuna sono mi sono state assegnate le medie! Iniziare dalle superiori sarebbe stata sicuramente una bella prova, ma mi sarei sentito investito di una responsabilità ancora troppo grande, dato che sono alle prime armi e poi, lo so che sembra assurdo, con i ragazzini delle medie penso che la situazione sia più semplice”.

Una scena del film “La classe”

Alla domanda sul perché sia più semplice, Michele mi risponde in tono sicuro: “I ragazzini tra gli undici e i tredici anni, sono attratti dall’insegnante giovane, ma allo stesso tempo sentono la differenza di età, tredici o quattordici anni di differenza hanno il loro peso quando si è nella fase preadolescenziale. Alle superiori invece un insegnante poco più che ventenne viene percepito come l’amico con cui fare le battute quando ti passano per la testa, oppure come il pivellino da poter far sclerare. Il potere dell’insegnante sulla classe è molto limitato e gli studenti ne sono sempre più consapevoli: appena vedono un insegnante insicuro o in difficoltà si scatenano. Lo facevamo anche noi, è vero, ma la mia sensazione è quella che in dieci anni le barriere si siano davvero ridotte”.

Michele parla anche di come si è dovuto rapportare con le sue classi e di quale è stato il livello medio di preparazione con cui si è dovuto confrontare. “E’ stato uno shock. Non che mi aspettassi dei piccoli geni, ma almeno un’infarinatura di base. Io ricordo di essere arrivato alle scuole medie sapendo già fare analisi grammaticale e logica, mentre questi ragazzini hanno difficoltà persino a riconoscere un articolo o a coniugare un verbo. Tanto per portare un esempio, in una classe ho dovuto passare due ore a spiegare la differenza tra un testo in prosa ed uno in poesia: non sono stati nemmeno capaci di notare la differenza con due testi sotto gli occhi. A me sarebbe bastato sentirmi dire che erano scritti in modo differente, non pretendevo la luna. Se fossero arrivati con le loro teste a quella conclusione, avrei potuto addentrarmi nella spiegazione ed invece sono dovuto rimanere ad un mero livello di superficie, anche un po’ noioso”.

“I nativi digitali non leggono, non hanno mai sfogliato un giornale, nemmeno per gioco, come invece facevamo noi” prosegue il neo insegnante “Così ho pensato di usare il PC, Youtube, i contenuti video, i film, le immagini per cercare di stimolarli. Si sono trovati più a loro agio. Per me è stata da un lato una piccola conquista, ma dall’altro mi è stato chiaro che il mio lavoro avrebbe dovuto spingersi oltre, avrei dovuto provare ad avvicinarli al cartaceo e alla lettura. Ci ho provato, ci provo ad ogni supplenza, ma chiaramente il tempo a disposizione è poco, e con il ritorno dell’insegnante in cattedra può anche succedere che il 99% del mio lavoro vada vanificato”.

La mentalità di Michele è quella di un giovane che non si lascia abbattere dalle difficoltà, che crede nelle proprie possibilità e anche nelle nuove generazioni: “Penso che questi ragazzi vadano educati, ma non è una novità. Ogni generazione è stata educata e preparata ad affrontare il mondo. Questa, in particolare, deve essere ricondotta a conoscere il passato, senza il quale, lo capiranno, neanche loro potrebbero esistere. Probabilmente, molti di essi continueranno a preferire la loro era e la mentalità secondo cui si diventa famosi facendo le stories su Instagram, ma almeno avranno maggiore consapevolezza e si spera, un bagaglio culturale che li aiuti ad essere versatili e a sapersi reinventare. Quanto a me, anche io mi impegno ad essere multitasking e sempre originale. Parlo da adulto, ma sotto sotto anche io sono ancora un ragazzino, ho solo acquisito un po’ di esperienza e tento di farla fruttare”.

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