La città che non dorme mai: l’apertura dei supermercati 24/7

“Un tempo creavamo civiltà. Adesso costruiamo ipermercati.” Bill Bryson

 

Recenti casi di dipendenti di supermercati e centri commerciali costretti a lavorare anche il 24, 25 e 26 dicembre hanno reso visibile un fenomeno sempre più presente nelle attività commerciali: una forma di apertura perenne che si riflette anche in orari eccessivamente prolungati.

Non sembrano infatti più esistere festività, chiusure nel fine settimana o giorni “liberi”: è un’apertura 24/7. Annalisa Dordoni, dottoranda in Sociologia presso l’Università Bicocca di Milano, ha condotto per il suo dottorato un lavoro di ricerca sul fenomeno che ne indaga cause e motivazioni.

Quanto è effettivamente diffuso e presente questo fenomeno?
-La società occidentale ha attraversato diverse fasi della storia economica contemporanea: a partire da una fase di industrializzazione si è passati poi, a causa dei processi di globalizzazione dei mercati e della produzione, ad una deindustrializzazione del nostro territorio e ad una delocalizzazione della produzione vera e propria delle merci in altri Paesi. Le merci vengono prodotte spesso altrove per poi essere distribuite nel mondo e qui, dove noi le consumiamo. Viviamo dunque oggi nella cosiddetta “società dei servizi” poiché la struttura economica dei paesi occidentali è basata sui servizi, alle imprese e al cliente, e non più sulla produzione. Tale società si sta ora trasformando progressivamente in una società del “sempre aperto”. Dapprima negli USA i processi di distribuzione si sono trasformati in servizi 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Adesso anche in Europa vi sono esercizi commerciali aperti 7 giorni su 7, ma si tratta di un fenomeno in verità non così diffuso rispetto ad altre zone del mondo.

Qual è la sua reale motivazione?
L’ipotesi che segue chi è a favore del “sempre aperto” è che i consumatori spendano di più, acquistando merce anche nei weekend e in orari non usuali di apertura dei negozi. In realtà la domanda che mi pongo è come si possa spendere di più dal momento che i salari sono gli stessi. Per questo oggi, dopo aver lavorato sulla questione per anni, credo che la reale motivazione sia la concorrenza tra i grandi marchi. In altre parole, se un dato supermercato apre di notte i clienti di quella fascia oraria acquisteranno lì e non altrove. Si crea così una rincorsa delle grandi aziende alle aperture in orari inusuali, per farsi concorrenza tra di loro. I consumatori però hanno un salario e più di quello non spendono: l’unico modo per aumentare i consumi, come molti economisti sanno bene, è ridurre i prezzi o creare maggiore occupazione o aumentare i salari.

– Come si riflette davvero sulla vita lavorativa e personale dei dipendenti?
-Durante la mia ricerca di dottorato ho intervistato 50 lavoratori, lavoratrici e funzionari sindacali tra Milano e Londra, ed è emerso chiaramente che la vita quotidiana è condizionata dai tempi di apertura dei negozi. Ovviamente tempi di apertura equivale a tempi di lavoro, per addetti e addette del commercio e della grande distribuzione, dunque una totale liberalizzazione dei consumi si traduce per loro in deregolamentazione del lavoro. Alcuni di quelli che in Italia erano stati assunti prima della legge che ha istituito questa totale liberalizzazione, cioè il Decreto “Salva-Italia” attuato nel 2012, hanno poi dovuto adeguarsi. Prima non erano tenuti a lavorare la domenica poiché le domeniche di apertura erano pochissime, a ridosso del periodo di Natale e non tutto l’anno. Questa è una trasformazione sociale recentissima: il decreto che ha portato a una tale deregolamentazione dei tempi, menzionato prima, è infatti solo del 2011 ed é stato attuato a inizio 2012.

– La deregolamentazione é un fenomeno solo italiano?
-La totale deregolamentazione di esercizi commerciali, negozi, supermercati è un fenomeno solo italiano, unico in Europa. Durante il mio dottorato ho approfondito lo studio del tema concentrandomi su Regno Unito e Italia, in particolare Londra e Milano. Ho riscontrato nel sistema italiano un certo numero di differenze rispetto al Regno Unito, Paese considerato come il più liberista del continente europeo. In Italia come accennato vi è una deregolamentazione totale degli orari e dei giorni di apertura, mentre nel Regno Unito vi sono regolamentazioni, ad esempio a seconda della metratura degli esercizi commerciali e nel diritto del lavoro nella vendita al cliente, a favore di lavoratori e lavoratrici.

-Come è stato possibile produrre questo cambiamento? Cosa decreta questa legge?
-La legge italiana, prima del Decreto, prevedeva delle regole nelle possibilità di apertura degli esercizi commerciali, ma nel 2011 si è pensato che la crisi potesse essere contrastata dando uno slancio ai consumi e si credeva che i tempi di apertura dei negozi potessero favorirlo. Nella normativa si fa riferimento al mercato libero e alla liberalizzazione degli orari come spinta ad aumentare i consumi e si dice che questo può favorire la libertà economica perché aiuterebbe una libera competizione tra i gestori. In realtà anche la Confesercenti ha criticato tale legge.

-Che vantaggi in particolare ne ricava l’attività commerciale?
-Per le grandi aziende, che possono permettersi i costi di aperture prolungate (domenicali, festive e notturne) è più facile adeguarsi a tale normativa e sperare di trarne vantaggi. Sono i piccoli esercenti che invece faticano a rincorrere le aperture prolungate, perché i costi sono alti (forza lavoro, elettricità…). Confesercenti, che rappresenta i piccoli commercianti, in un dossier del 2013 ha criticato il Decreto “Salva-Italia” anche da questo punto di vista: le catene commerciali e della grande distribuzione certamente hanno dei ricavi, ma spesso a scapito dei piccoli negozi.

 

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