Vietato essere chiusi: lavorare nei negozi e supermercati 24/7

“Al posto di cittadini, si producono consumatori. Al posto di comunità, si producono centri commerciali. Il prossimo risultato é una società atomizzata fatta di individui disimpegnati che si sentono demoralizzati e socialmente impotenti”, Noam Chomsky 

 

Supermercati, centri commerciali e negozi aperti ventiquattro ore al giorno, ogni giorno della settimana: si tratta di uno scenario sempre più diffuso in Italia. Ma ha davvero effetti positivi sull’economia?

La dottoranda in Sociologia del lavoro presso l’Università Bicocca di Milano Annalisa Dordoni ha condotto una lunga e dettagliata ricerca sulla condizione dei lavoratori degli esercizi commerciali aperti 24/7, sulle cause e sulle conseguenze del fenomeno.

Qual è la differenza tra la situazione dei negozi e dei grandi centri commerciali a riguardo?
-Un ipermercato ha il capitale iniziale per pagare le giornate in più di apertura e le notti, e per aspettare il momento in cui inizierà a recuperare il costo per averne poi un profitto. I negozianti nella maggior parte dei casi tengono loro stessi aperti i propri negozi nei giorni festivi, ritrovandosi a non avere più una vita familiare o sociale, oppure non potranno pagare i dipendenti in attesa di futuri guadagni. Nei centri commerciali inoltre se i negozianti non aprono quando il centro è aperto, sono costretti a pagare una sorta di “penale” o comunque a pagare ugualmente l’affitto del negozio anche per le domeniche, pur restando chiusi. Per questo motivo, alcuni degli esercenti di questi negozi falliscono e sono costretti a chiudere. Non si tratta di un vero e proprio monopolio dato che le grandi aziende si fanno concorrenza tra di loro, ma la tendenza monopolistica viene accresciuta e velocizzata dalla deregolamentazione delle aperture, visto che i grandi aumentano i profitti e i piccoli chiudono.

-Dato che la concorrenza di grandi marchi dell’e-commerce quanto a disponibilità e orari sembra sempre più forte, in che modo si prevede evolverà la situazione?
Da un punto di vista della concorrenza economica è indubbio che le aziende più note del commercio e della grande distribuzione alimentare cercheranno di tenere aperti i loro punti vendita sempre di più. Dal punto di vista sociale e sociologico, che è quello che mi interessa, questo crea non pochi problemi. Per i lavoratori e le lavoratrici diviene sempre più difficile conciliare i tempi del lavoro e della vita privata. Il problema riguarda in Italia soprattutto le donne e sappiamo che un’alta percentuale di queste é impiegata in questo settore.

Nel nostro Paese i servizi pubblici per la prima infanzia e per gli anziani non sono garantiti e non sono distribuiti in modo ottimale sul territorio nemmeno per chi ha un lavoro con orari standard. Chi deve far fronte ad orari inusuali ha inoltre un problema aggiuntivo: le strutture pubbliche sono chiuse le domeniche, dunque per i genitori diventa difficile lasciare i figli al nido o a scuola se lavorano la domenica. E questo vale anche per altri servizi sociali, come quelli per gli anziani ad esempio, che sono a pagamento. Per questo credo che siano necessarie anche in Italia, così come in tutti gli altri paesi europei, politiche pubbliche serie e ragionate, politiche dei consumi e del lavoro che possano di concerto regolare tale situazione.

Una liberalizzazione totale può solo danneggiare la struttura sociale e aumentare la vastità del problema. Infatti, così come lanciando un sasso in uno stagno, i cerchi nell’acqua prodotti si sommano e si ingrandiscono, allo stesso modo oggi addetti e soprattutto addette alla vendita reclamano uffici postali e comunali aperti di domenica, scuole e asili nido. Questo perché l’acquisto non è un diritto fondamentale dell’essere umano e dunque lavoratori e lavoratrici dicono: “Se noi dobbiamo lavorare la domenica solo per un capriccio di altri, perché io non devo poter lasciare il figlio a scuola o andare in banca o in posta o fare qualsiasi altra attività la domenica?” Non me la sentirei di dire che hanno torto.

Molte persone con cui mi capita di discutere della mia ricerca fanno l’esempio del turismo e della ristorazione, ma bisogna ricordare che i profitti che in tali settori si ricavano nei giorni festivi, non possono essere ricavati in altri giorni. Invece l’acquisto della merce può avvenire in qualunque momento, non è un consumo effimero e legato al qui ed ora come una cena al ristorante o un fine settimana al mare. Lo stesso maglione lo si può acquistare il lunedì o la domenica, idem per la spesa al supermercato.

– Come possiamo noi consumatori cercare di debellare il fenomeno?
– Negli esercizi commerciali vi sono talvolta delle piccole macchine che contano il numero dei clienti entrati: se non entrassero clienti o se ne entrassero molto pochi, ho potuto appurare durante la ricerca, gli stessi negozi aprirebbero solo in settimana, dati i costi. Dunque, sono i clienti che per primi fanno sì che negozi e supermercati siano aperti sette giorni su sette. Il nodo della questione comunque non riguarda solo chi lavora, ma anche chi consuma: veramente vogliamo che il nostro futuro sia una società del “sempre aperto”, ovvero del lavoro e del consumo sette giorni su sette?
La sociologia ha il compito di indagare, osservare, analizzare e comprendere la realtà sociale anche per restituire tale indagine a chi si occupa di delineare le politiche. Uno dei compiti del sociologo, forse il più importante e oggi necessario, non per lui stesso (perché determina ulteriore impegno, rigore e lavoro) ma per la società stessa, è essere consigliere del decisore politico.

Più che i consumatori, spero che sia chi si occupa di politiche pubbliche a leggere e discutere la mia ricerca, non per me stessa ma per dare voce ai lavoratori e alle lavoratrici che ho intervistato e incontrato in questi anni. Spesso chi si occupa della tematica dei tempi di apertura, sia da un punto di vista economico, che politico, che sociologico, ascolta e dà la parola ai datori di lavoro e ai consumatori, ma non a chi nei negozi lavora ogni giorno. La nostra è una “società dei consumi” e credo che ascoltando addetti e addette alla vendita al cliente si possano osservare innumerevoli sfaccettature delle relazioni sociali odierne e si possano meglio cogliere le connessioni e le criticità nella nostra società.

Per quanto riguarda me, posso dire che non vado negli esercizi commerciali di domenica e nelle ore notturne, che addirittura non acquisto nulla la domenica e non vado neanche al ristorante. La domenica è la giornata che dedico totalmente a me stessa e alle persone che amo, al fare le cose che amo, senza pensare al denaro e senza spendere nulla. Resto a casa, leggo romanzi o poesie (ma non per lavoro), scrivo (ma non per lavoro), cucino, coccolo la mia gatta, passo del tempo con il mio compagno. Oppure vado al parco, faccio una passeggiata all’aperto. È il mio tempo libero, liberato, dal lavoro e dal consumo. Questo, credo, fa bene anche a me stessa, mi fa sentire libera. Certamente il libro che leggo e il cibo che cucino sono stati acquistati, ma non la domenica, in quel giorno è come se non spendessi nulla e non guadagnassi nulla e fossi semplicemente libera, me stessa, gratis. Credo farebbe bene a tutti e alla nostra società

 

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