La banalità del male: perchè ricordare i genocidi.

“In sostanza, devo dire che non mi pento di nulla” Adolf Eichmann, funzionario nazista.

 

Il terribile fardello della memoria dei genocidi del secolo scorso obbliga ad interrogarsi intorno alle dinamiche sociologiche che portarono a simili scempi. Come accadde che persone comuni potessero imbracciare la scure contro milioni di innocenti? Come accadde che ancora di più rimasero a guardare dietro la propria cortina di quotidiana normalità? Può esistere, in effetti, una quotidianità nel genocidio?

Autori come Stanley Milgram (1974) e Philip Zimbardo (2007) hanno messo a punto esperimenti atti proprio a capire in che modo delle persone “normali” potessero essere portate a compiere delle azioni moralmente atroci. Il celebre studio svolto a Yale consisteva nella simulazione di un esperimento psicologico in cui i soggetti campione (selezionati tramite un falso annuncio su varie riviste) venivano istruiti da un professore (un’autorità scientifica) a sottoporre una terza persona (in realtà un attore) ad un quiz mnemonico. Ogni soggetto avrebbe quindi dovuto punire l’errore del falso esaminato con una scala crescente di scosse elettriche (delle quali le ultime erano contrassegnate come pericolose), sotto esortazione del professore e con l’illusione che un tale procedimento fosse funzionale alla ricerca scientifica.

Illustrazione dell’esperimento, in cui V è l’autorità e L uno dei campioni selezionati che deve somministrare scosse a S (l’attore)

Sorprendentemente, una percentuale non indifferente delle persone selezionate proseguì nell’esperimento anche una volta raggiunte le scosse (ovviamente finte) di maggior calibro. L’esperimento dimostra una tendenza dell’animo umano ad arrendere la propria bussola morale ad un’autorità superiore. Questo è uno stato detto “eteronomia”, nel quale il soggetto si ritrova a delegare la responsabilità dei propri comportamenti a persone che ritiene in controllo della situazione.

Un concetto simile fu elaborato da Hannah Arendt, che con la sua celebre espressione “la banalità del male” si riferiva alla “normalità” del funzionario nazista Adolf Eichmann, il quale, interrogato dal tribunale, giurava di aver solamente eseguito gli ordini come ogni buon burocrate avrebbe fatto.
La tesi della Arendt è filosoficamente e antropologicamente interessante, perchè rileva come la normalità possa effettivamente essere genocida. I nazisti non avevano le corna, non sputavano fuoco e non giravano con forconi; i nazisti erano uomini, e quindi erano “normali”, perfino “banali”.

Adolf Eichmann

Su questo tema si aggancia l’antropologa Nancy Scheper-Huges, che con la nozione di “continuum genocida” vuole evidenziare come anche nella quotidianità di ogni giorno si possono ritrovare le dinamiche da cui la violenza di massa può scaturire. Secondo Scheper-Huges queste dinamiche corrispondono alla capacità umana di ridurre gli altri allo status di non-persone, di mostri o di cose per mezzo di forme di esclusione sociale che normalizzano la violenza. Si tratta di una posizione estremamente delicata che rischia di sfumare i contorni tra violenza e non violenza o addirittura tra violenza e cura della persona.

Infatti Scheper-Huges annovera come possibile deumanizzazzione anche alcuni estremi della cura ospedaliera (molti pazienti, privi di facoltà di agire, possono essere considerati “oggetti da guarire”), l’istruzione scolastica e il carcere. Tutte istanze “ordinarie” che possono dischiudere la deumanizzazione. E’ proprio qui che però la tesi ha la sua importanza: i genocidi non sono mostri inarrivabili. Al contrario, essi sono stati affatto arrivabili; in qualche modo la quotidianità divenne mostruosa, ed è possibile che ciò riaccada proprio perchè nella quotidianità stessa, anche nelle opere di pace e nella cura dei malati, si annida la possibilità di violenza.

L’opera di Scheper-Huges può apparire frustrante nella sua volatilità; può persino sembrare un assurdo volo mentale di un’intellettuale un po’ troppo chiusa nella sua biblioteca, ma nondimeno il suo potere risiede nella capacità di ingaggiare il presente in maniera aggressiva, impedendo che la memoria dei genocidi passati si perda nell’enorme mare di orrori di cui è costellato il passato e così cercando di instillare nel presente la cautela e la vigilanza che mancò al passato.

 

Credits immagini:.                           Fonti:

Immagine di copertina.                  Antropologia Culturale di Fabio Dei

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