Genocidi dimenticati: cosa ne sanno i Millenials?

“E io che faccia faccio? Che faccia si può fare o forse che faccia si deve fare quando si prova ad affrontare un argomento così grande e terribile come la guerra?” Lella Costa

 

Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria, che immediatamente evoca lo sterminio del popolo ebraico. Lungo la storia sono però molti i genocidi dimenticati. Quanto ne sanno i millenials?

“Sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe od una comunità religiosa attraverso lo sterminio degli individui e l’eliminazione dei documenti culturali”. Questa, stando all’Enciclopedia Treccani, la definizione della parola genocidio. Un termine che accade di sentire usare in riferimento allo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti, ma che non è nato in quel contesto. A coniarlo è stato infatti il giurista Raphael Lampkin, trovatosi improvvisamente a dover trovare una parola per una situazione impensabile per l’opinione pubblica di allora: si era all’indomani dello sterminio del popolo armeno per mano degli Ottomani. Tra il 1915 e il 1916 si contarono più di un milione e mezzo di morti: non è che uno dei tanti genocidi dimenticati.
Ci sono pagine drammatiche della storia la cui eco tende a sentirsi meno forte di altre. Perché sono spazialmente più lontane dall’opinione pubblica, perché hanno meno presa, perché coinvolgono minoranze nelle quali è più difficile specchiarsi, per ragioni soprattutto culturali.

“L’importanza di fare memoria” delle tragedie della storia recente perché esse possano non ripetersi è un concetto che fa parte della crescita dei millenials. Gli ultimi decenni hanno infatti visto una notevole attenzione in proposito. I membri della generazione Y conoscono bene il significato della data del 27 gennaio. Hanno preso parte a una delle numerose ed importanti iniziative in ricordo dello sterminio nazifascista del popolo ebraico, ne hanno letto o se lo sono sentiti raccontare, a scuola o in casa. Conoscono il valore simbolico della stella di David gialla appuntata sugli abiti degli ebrei di tutta Europa.
Conoscono però anche quello del triangolo marrone, che identificava le etnie comunemente note come zingare. Tra il 1939 e il 1945 ne morirono cinquecentomila: nella lingua di Rom e Sinti, il Romanì, si chiama Porrajmos, “grande devastazione” o “divoramento”.

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Porrajmos

Molti poi hanno sentito parlare del triangolo rosa, che marchiava gli omosessuali maschi (Una stima a grandi linee parla di quindicimila, ma si deve tenere conto che molti erano quelli che portavano la stella gialla perché anche ebrei)
Impossibile poi fare una stima del numero delle donne lesbiche morte, accumunate alle prostitute, ai senzatetto, agli alcolisti e ai “fannulloni” dal triangolo nero. Solo un piccolo esempio di altri genocidi dimenticati.
Eppure l’elenco potrebbe essere ulteriormente lungo. Si pensi al genocidio del Rwanda, dove la guerra tra Hutu e Tutsi, massacrò in cento giorni, dal 6 aprile 1994, circa un milione di persone. Il termine è però drammaticamente vitale oggi, mentre l’Onu parla di “sospetti di genocidio e pulizia etnica” in Myanmar nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya.

Profughi Rohingya

Sono vicende, queste, che spesso non trovano spazio né nei libri di storia né nelle conversazioni. Quanto ne sa, quindi, una generazione che si vorrebbe allenata alla memoria?
Lo abbiamo chiesto a Myriam, che ha 18 anni e frequenta un liceo lombardo, e ha esteso le nostre domande ai coetanei in un normale giorno di scuola a ridosso della Giornata della Memoria.
“Un campione il più vario possibile”, alla domanda su quanto sapesse sulle vittime dello sterminio nazista non ebree, ha specificato di sapere di altre categorie, ma “
molti Millenials lo sanno perché viene appunto insegnato a scuola ma vedono questa informazione solo come un semplice elenco e nulla di più.  Infatti rispetto agli ebrei di cui si sentono anche molte testimonianze non è stato mai detto nulla di “concreto” riguardo all’esperienza di queste minoranze nei campi”.

Profughi del Rwanda

Interrogati poi su quali genocidi dimenticati conoscessero: “La maggior parte mi ha risposto con: Foibe, vari stermini in Africa (letteralmente), Ruanda, vari stermini in Bosnia (sempre letteralmente), genocidio degli Armeni, i gulag in Russia e gli stermini in Tibet”. Myriam ha poi sottolineato l’importanza che anche i suoi docenti hanno attribuito alla memoria, pertanto ha cercato con i compagni di fare una sintesi su quanto e come si sia parlato in classe di genocidi: “Mi hanno risposto che a scuola sono stati trattati solo gli stermini degli ebrei e degli armeni, precisamente durante l’ora di storia e abbastanza superficialmente (per quanto riguarda gli armeni) oppure sempre durante l’ora di storia ed in giornate dedicate con proiezione di film o spettacoli teatrali (per quanto riguarda gli ebrei). Io a ciò aggiungerei che la nostra prof di storia ha fatto un ragionamento sul meccanismo del capro espiatorio che ho apprezzato molto perché si è discostata un po’ dal solito modo di parlarne, ma tutto ciò non penso sia stato recepito dalla classe”.

Difficile allora non chiedersi se, per un giovane o giovanissimo di oggi, la poca naturalezza alla memoria non dipenda da una percepita distanza tra loro e ciò che gli viene raccontato. Commenta Myriam: “Ho chiesto come vengono percepiti questi accadimenti, se ci sentiamo coinvolti oppure se sono solo “storia”. Mi hanno risposto che vengono recepiti solamente come l’ennesimo capitolo di storia da studiare, non c’è impatto emotivo, non c’è attualizzazione degli accadimenti, dunque vengono percepiti ancora più lontani di quanto non siano, se ne parla sempre nello stesso modo dicendo sempre le stesse cose e le persone non stanno più attente per noia ormai. Qualcuno ha aggiunto un “non gliene frega più niente a nessuno” altri hanno aggiunto che non viene sottolineata abbastanza l’importanza della memoria di questi genocidi dimenticati”

Sarebbe però sbagliato arguirne una immagine stereotipata dei Millenials come disinteressati a questi temi: chiedendo a un campione rappresentativo se ritenesse importante il proprio futuro conoscere queste vicende “le risposte si sono spaccate in due, chi dice assolutamente si perché la memoria è importante e poi sono utili a capire la situazione attuale, invece c’è chi dice che ormai sono tutti morti, sono cose passate, annoiano, serve di più saper usare Excel o capire qualcosa di economia, ingegneria, che tanto ora non cambia nulla, che saperlo o non saperlo non fa alcuna differenza: ‘tanto non ti serve mica a trovare un lavoro’” Riferisce Myriam.

Più generalizzata sembra però la sfiducia nei confronti dei propri coetanei: “Tutti sono stati d’accordo nel dirmi che il millennial medio pensa che sia roba inutile, noiosa, vecchia e che siano molto più importanti conoscenze pratiche”. Eppure forse questa sfiducia potrebbe essere in gran parte una suggestione, mediata anche da una diffusa considerazione spesso ingenerosa di generazioni più adulte. I più giovani tra i Millenials però la loro ricetta perché la memoria non si perda la hanno ben chiara: trovare il modo perché queste porzioni di storia abbiano “più presa emotiva” su menti già oberate di stimoli. Un obbiettivo non semplice, in un’epoca in cui i testimoni dei grandi genocidi della storia vanno via via riducendosi non soltanto per motivi anagrafici. Un intento, però, che ricorda il valore cruciale che la testimonianza di vita vissuta,  lo sguardo aperto su una porzione di mondo da chi sa farne sentire parte chi lo ascolta.

 

Fonti:                                                                   Immagini:

Genocidio                                                           Copertina
Porrajmos                                                          Foto 1

Triangolo rosa                                                   Foto 2
Triangolo nero
                                                  foto 3
Rwanda
Rohingya

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